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La Riforma delle pensioni (DL. 201/2011), com’è noto, con i suoi requisiti severi per l’accesso al trattamento, è causa di situazioni notevolmente problematiche per un forte numero di soggetti: dipendenti licenziati alla soglia dei 60 anni che non possono più contare né sullo stipendio, né sulla pensione, sessantenni con problemi di salute che non riescono più a mandare avanti il proprio lavoro e non possono percepire un assegno pensionistico, complice il parallelo inasprimento delle commissioni mediche che riconoscono invalidità ed handicap, ecc.

Attualmente, dunque, la questione più sentita, causata dalla Riforma delle pensioni Monti-Fornero, consiste nella possibilità di collocarsi a riposo. Tuttavia, è stato sottovalutato il problema principale causato dalla normativa, del quale ha recentemente parlato il nuovo Presidente dell’Inps, ovvero la quantificazione del trattamento pensionistico.

Non dobbiamo dimenticare, difatti, che il cosiddetto “Salva –Italia” , oltre ad aver spostato in avanti l’età pensionabile e gli anni di contributi necessari, ha anche istituito, a partire dal 01/01/2012, il sistema contributivo per tutti.

In che cosa consiste tale sistema di calcolo?
Esso, a differenza, del vecchio metodo retributivo (che si basa sulla retribuzione media dell’ultimo quinquennio, per la quota A, e dell’ultimo decennio, per la quota B, oltreché sul numero di settimane assicurate), fa riferimento alla contribuzione effettivamente versata nell’arco della vita lavorativa, rivalutata e rapportata all’età pensionabile tramite appositi coefficienti.

Allo stato attuale, risultano pertanto meno danneggiati quei soggetti che possono avvalersi del retributivo sino al 2011 (si tratta dei lavoratori che possedevano 18 anni di contributi al 31/12/1995), e mediamente penalizzati i lavoratori aventi meno di 18 anni di contribuzione al 1995, ai quali si applica il “metodo misto” (retributivo sino al’95, poi contributivo).

Appare quindi evidente che, più giovane sia il contribuente e più tardivo risulti il suo ingresso nel mercato del lavoro, più alta sarà la penalizzazione nell’assegno pensionistico, se confrontato col corrispondente trattamento fruibile con metodo retributivo.

A questo proposito, è bene ricordare che non esiste una penalizzazione fissa: in generale, possiamo affermare che la differenza sarà minore, quanto più simili siano le retribuzioni percepite dall’inizio alla fine della vita lavorativa; questo fatto, però, accade di rado, in quanto, notoriamente, lo stipendio percepito ad inizio carriera è nettamente più basso della retribuzione risultante alla data di pensionamento.

Tolte le eccezioni valide per alcune tipologie di calcolo contributivo (come la particolare Opzione Donna), che attenuano leggermente le divergenze, le decurtazioni restano comunque molto forti: ad esempio, per quanto concerne i lavoratori autonomi, che risultano i soggetti meno tutelati dell’intero sistema, i professionisti del settore , in un calcolo previsionale, hanno quantificato, per un contribuente di 61 anni, una pensione che oscilla addirittura da un massimo di 978 euro a un minimo di 595 euro, lordi, al mese.

Generalizzando, si prevedono, andando avanti negli anni, proiezioni a dir poco nefaste, non molto superiori all’assegno sociale, in specie per quelle categorie di lavoratori più deboli, come i precari o coloro che sono inquadrati in bassi livelli.

Come correre ai ripari?
La risposta più logica e scontata risiede nella previdenza complementare: fondi pensione e piani individuali, nonostante la tassazione più pesante stabilita con le ultime normative, risultano comunque le scelte più convenienti, essendo anche detraibili fiscalmente, e possono costituire un valido ausilio alla pensione, se ben congegnati.

Il problema, tuttavia, non è di così semplice soluzione: specie per i lavoratori con introiti più bassi, costituisce di per sé un forte disagio il solo versamento della contribuzione obbligatoria, pertanto non esiste la possibilità di adesione alla previdenza complementare. Un rimedio potrebbe essere la destinazione del Tfr ai fondi pensione, anche se, da solo, non sarebbe sufficiente ad integrare un magro assegno: per di più, è una soluzione valida solo per la categoria dei dipendenti, e non degli autonomi.

È allora consigliabile iniziare gli accantonamenti in giovanissima età, addirittura da studenti, con l’aiuto delle proprie famiglie, in modo da non risultare eccessivamente gravati da ingenti versamenti; è, poi, fondamentale, nella scelta dell’investimento, valutare non solo i rendimenti, ma soprattutto i costi, in molti casi eccessivi. Per far questo, se non si possiedono le opportune conoscenze del settore, è essenziale l’ausilio di un professionista indipendente del ramo previdenziale, non spinto a “tirar l’acqua al proprio mulino”. Il tutto, nell’attesa e nella speranza di un sistema previdenziale obbligatorio più equo nel suo complesso, che abbia il coraggio di mettere da parte i diritti acquisiti da chi già percepisce pensioni più alte rispetto ad annualità e versamenti effettuati, in favore degli attuali lavoratori, per potergli garantire rendimenti e, conseguentemente, assegni pensionistici adeguati ai versamenti, facendo in modo che ciascuno “versi per sé” e che i contributi non costituiscano una mera copertura degli emolumenti di chi si è già pensionato con un sistema privilegiato.
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Fonte: www.laleggepertutti.it