View taken on Oktober 6, 2008 shows elderly people sitting on a bench facing the Lake Garda in Bardolino, northern Italy. The Garda Lake is the largest Italian lake, situated at the foot of the Alps and is a major tourist destination.     AFP PHOTO   DDP/ OLIVER LANG    GERMANY OUT (Photo credit should read OLIVER LANG/AFP/Getty Images)

Non solo per i dati che riguardano chi già  percepisce la pensione, ma anche perché i numeri delle prestazioni dei primi mesi del 2015 danno uno spaccato di quella che sarà la previdenza nel prossimo futuro, quando usciranno dal mondo del lavoro parasubordinati, precari e, in generale, lavoratori a cui sarà applicato il metodo contributivo puro. Altro dato allarmante, la carenza di tutele per i lavoratori autonomi: sono sempre di più le lavoratrici, ad esempio, che rinunciano persino alla maternità obbligatoria.

Bilancio dell’Inps 2015: la fotografia

Secondo i dati presentati la scorsa settimana, la mag­gior parte dei pen­sio­nati ha red­diti ai limiti della povertà. Il 42,5% (6,5 milioni di persone) percepisce infatti una pensione inferiore ai 1.000 euro. Circa 1,88 milioni di pensionati (12,1%) poi ricevono assegni inferiori ai 500 euro.
Nel 2015 le pen­sioni di vec­chiaia in tutte le gestioni (dipen­denti, auto­nomi e subor­di­nati) sono pari a 626 euro in media, per quelle anti­ci­pate l’assegno medio è di 1900 euro.
Dato che fa riflettere è quello sempre relativo ai primi 9 mesi del 2015, quando sono state liqui­date 23.502 pen­sioni ai “para­su­bor­di­nati” per un importo medio di 159 euro men­sili.

Si registra una fuga dalla gestione separata dell’Inps, da parte di lavoratori autonomi e collaboratori: –78.213 (-8,6%) nel 2014 rispetto al 2013. In particolare si è pas­sati da 911.765 unità del 2013 a 833.552. I con­tri­buti ver­sati ammon­tano a 6.820 milioni di euro (-5,2%), 840 dai pro­fes­sio­ni­sti e 5980 dai col­la­bo­ra­tori “pre­cari”. Si tratta di un calo rile­vante legato alle condizioni imposte a questi lavoratori, che versano contributi calcolati su un’aliquota del 27,72%, ma che, per contro, non godono di assistenza e tutela degli iscritti in altre casse. Una fuga che potrebbe diventare un problema per l’Inps, visto che la gestione separata è una delle poche in attivo, che contribuisce a coprire le perdite di altre gestioni.
Il calo degli auto­nomi (4 milioni e 376 mila) è regi­strato anche in altri set­tori: tra gli arti­giani (-1,6%, 1.747 milioni); col­ti­va­tori diretti (-0,8%, 453 mila). I com­mer­cianti invece aumen­tano: 2.175 milioni (+0,4%). Calano gli auto­nomi che hanno usu­fruito del con­gedo di mater­nità obbli­ga­to­ria: –21,1%. Le lavo­ra­trici para­su­bor­di­nate che hanno usu­fruito di tale diritto sono dimi­nuite del 15,6% (8.652).

Per quanto riguarda i conti dell’ente di previdenza, la gestione economico-patrimoniale ha presentato un risultato di esercizio negativo per 12,4 miliardi, in lieve miglioramento (+361 milioni) rispetto al disavanzo dell’esercizio 2013.
La situazione patrimoniale netta, pari a 9,028 milioni a inizio 2014, si attesta a fine esercizio a 18,407 miliardi “per effetto del risultato economico di esercizio negativo, del contributo per il ripianamento al disavanzo della gestione ex INPDAP per 21.698mld, nonché della restituzione della riserva patrimoniale per 166mln del fondo di solidarietà residuale.
Nel 2014 l’Inps ha accu­mu­lato un disa­vanzo di 7 miliardi, recu­pe­rando all’incirca 2 miliardi rispetto al 2013.
Il totale delle uscite è di 431 miliardi, men­tre le entrate sono 424 miliardi (+6,6%). Per quanto riguarda gli ammor­tiz­za­tori sociali regi­strato un calo del 21,3% sul 2013: il flusso dei lavo­ra­tori in cassa inte­gra­zione è stato di 1,2 milioni pari a una spesa di 22,6 miliardi. Per la disoc­cu­pa­zione sono stati spesi 13,1 miliardi.

Tito Boeri: «Serve l’ultima riforma delle pensioni»

«Spe­riamo che il 2016 sia l’anno di un inter­vento deci­sivo, orga­nico e strut­tu­rale sulle pen­sioni. Avremmo voluto che il 2015 fosse l’anno dell’ ultima riforma delle pen­sioni, pur­troppo non sarà così». Lo ha detto il numero uno dell’Inps Tito Boeri, riferendosi allo slittamento della questione previdenziale al 2017.

Presentando il bilancio dell’Inps, Boeri ha sot­to­li­neato che nella Legge di Sta­bi­lità ci sono stati solo «inter­venti selet­tivi e par­ziali, che creano asim­me­trie di trat­ta­mento». Pre­su­mi­bil­mente, in assenza di cor­ret­tivi gli inter­venti sulle pen­sioni con­te­nuti nella legge di sta­bi­lità non saranno suf­fi­cienti e «daranno la spinta ad ulte­riori misure par­ziali che sono, tra l’altro, molto costose».
Tra le novità della legge di stabilità c’è la no tax area per i pen­sio­nati, l’opzione donna, il part-time e la sal­va­guar­dia per eso­dati (32.100 i pos­si­bili bene­fi­ciari della “sesta sal­va­guar­dia”), mentre non si parla della flessibilità in uscita.

Sono cinque i cardini della proposta di riforma dell’Inps, elencati da Boeri:

  • Rete di protezione sociale dai 55 anni in su: al di sopra dei 55 anni è molto difficile trovare un impiego alternativo (solo un disoccupato su dieci ci riesce). Le persone povere disoccupate con più di 55 anni sono più che triplicate nell’arco di sei anni. Con una rete di protezione, secondo Boeri, si potrà superare un vizio d’origine del sistema contributivo introdotto nel nostro ordinamento a partire dalla seconda metà degli anni ’90: quello di non prevedere prestazioni minime per chi non ha altri redditi e ha accumulato un montante contributivo troppo basso per garantirsi una pensione al di sopra della soglia di povertà;
  • Unificazione: l’Inps eroga 21 milioni di prestazioni pensionistiche a circa 15 milioni di pensionati. Per ogni tre pensionati vengono messe in pagamento mediamente 4 pensioni. La modifica normativa proposta consente di unificare la pensione tra regimi diversi, compresa la cosiddetta gestione separata, senza oneri aggiuntivi. Non rende più necessarie le ricongiunzioni onerose che hanno penalizzato i lavoratori più mobili, che presumibilmente avevano cambiato impiego cercando di mettere a frutto i propri talenti e le proprie vocazioni, e quelli con vincoli di liquidità;
  • Armonizzazione: permangono ancora forti asimmetrie nei trattamenti previdenziali concessi a diverse categorie di pensionati, che derivano da differenze  nei tassi di rendimento garantiti ai contributi versati da alcune coorti e categorie specifiche di lavoratori. Molti fondi speciali sono confluiti nell’Inps con bilanci già in rosso e avendo già eroso il loro patrimonio ed hanno finito per gravare pesantemente sul bilancio dell’Istituto. Per Boeri, è giusto chiedere a chi ha redditi pensionistici elevati, in virtù di trattamenti molto più vantaggiosi di quelli di cui godranno i pensionati del domani, un contributo al finanziamento di uscite verso la pensione più flessibili, anche per aiutare quelle generazioni di lavoratori che hanno avuto la sfortuna di imbattersi nella crisi sul finire della propria carriera lavorativa;
  • Flessibilità sostenibile: le regole del sistema contributivo spalmano un montante contributivo accumulato durante la vita lavorativa in pagamenti mensili, in base all’età e alla speranza di vita residua. Chi va in pensione prima deve spalmare questa cifra su molti più mesi di chi va in pensione più tardi. A parità di montante, ogni anno in meno di lavoro comporta una riduzione di questi pagamenti mensili, tenendo conto della demografia e dell’andamento dell’economia. Posto che le pensioni siano sufficienti a garantire una vita dignitosa, senza comportare l’intervento dell’assistenza sociale, questa è una flessibilità sostenibile, che non grava sulle generazioni future, in quanto non porta ad aumentare il debito pensionistico. Si può così permettere a chi ha in mente di dedicare meno tempo al lavoro verso la fine della propria carriera di farlo, senza per questo gravare sulle generazioni future;
  • Non si va in pensione, ma si prende la pensione:  il rapporto fra contribuenti e pensionati, che nel 2014 era meno di 130 iscritti su 100 pensioni in pagamento, è destinato ulteriormente a peggiorare dato l’assottigliamento delle coorti in ingresso nel mercato del lavoro. Non basterà l’indicizzazione dell’età pensionabile alla speranza di vita a impedire questo andamento.Va fatto quindi di necessità virtù: anche i pensionati possono contribuire al finanziamento della previdenza di chi si è del tutto ritirato dalla vita attiva. L’Inps vuole offrire nuove opportunità di versare e farsi versare contributi, che poi diventeranno un supplemento alla pensione, per chi sta già percependo un trattamento previdenziale. Bene che i datori di lavoro possano versare contributi aggiuntivi per permettere ai loro dipendenti che si ritirano prima di raggiungere l’età della pensione di vecchiaia di incrementare la loro pensione iniziale.

Questo il quadro del presente e del futuro, e della prospettiva di riforma, che però non si sa quando e se verrà attuata.
Nel frattempo, può un singolo pensare di prendere in mano il proprio futuro previdenziale, per evitare di trovarsi con un gap incolmabile tra reddito da lavoro e pensione? Una risposta può venire dalla previdenza integrativa.
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Fonte: www.a1life.it