Le riforme previdenziali degli ultimi anni, da ultimo quella del ministro Elsa Fornero, hanno infatti gradualmente innalzato l’età anagrafica.
Per le pensioni 2015, in realtà, non ci sono grosse novità su questo fronte, perché gli scatti sono previsti ogni due anni: per il 2015 vale la stessa età anagrafica del 2014.
Brutte notizie, invece, sul fronte dell’adeguamento all’inflazione, con il tasso valutato solo allo 0,3%. Qualche novità, infine, la legge di stabilità l’ha introdotta sul fronte delle pensioni anticipate.
Età anagrafica: chi va in pensione nel 2015
Con la riforma Fornero delle pensioni è stato avviato un cammino verso l’equiparazione dell’età pensionabile tra donne e uomini.
Un processo graduale, che è stato iniziato nel 2012 e che procede inesorabilmente.
Chi ha iniziato a lavorare prima del 1995, per maturare il diritto alla pensione di vecchiaia, deve avere innanzitutto un’anzianità contributiva di 20 anni. A questo va aggiunto il requisito dell’età anagrafica:
- lavoratrici dipendenti del settore privato: 63 anni e 9 mesi;
- lavoratrici autonome e gestione separata:64 anni e 9 mesi;
- lavoratori dipendenti e lavoratrici dipendenti settore pubblico:66 anni e 3 mesi;
- lavoratori autonomi e gestione separata: 66 anni e 3 mesi.
Chi ha iniziato a lavorare dopo l’1 gennaio 1996 può conseguire il diritto alla pensione di vecchiaia, in presenza del requisito contributivo di 20 anni e del requisito anagrafico, se:
- l’importo della pensione risulta non inferiore a 1,5 volte l’importo dell’assegno sociale (c.d. importo soglia), la pensione di vecchiaia spetta secondo gli stessi requisiti previsti per i lavoratori in possesso di anzianità contributiva al 31 dicembre 1995;
- al compimento dei 70 anni e 3 mesi di età e con 5 anni di contribuzione “effettiva” – con esclusione della contribuzione accreditata figurativamente a qualsiasi titolo – a prescindere dall’importo della pensione.
Se nel 2015, dunque, non ci saranno aumenti, rispetto al 2014, per andare in pensione, le cattive notizie arriveranno nel 2016. Dal prossimo anno, infatti, ci vorranno quattro mesi di lavoro in più.
L’adeguamento all’aspettativa di vita fu introdotto da una legge del 2010 del governo Berlusconi, accelerato poi dalla riforma Fornero.
Il principio alla base è che più si allunga la durata della vita, più tardi si va in pensione, in un’ottica di sostenibilità del sistema pensionistico pubblico.
L’aumento di quattro mesi del 2016 è stato già deciso da un decreto interministeriale dei ministeri del lavoro e dell’economia sulla base dei calcoli dell’Istat a fine 2014.
Dal primo gennaio 2016, dunque, per chi ha un’anzianità contributiva prima del 1996, funzionerà così:
- lavoratori dipendenti sia del privato sia del pubblico e lavoratori autonomi: 66 anni e 7 mesi;
- lavoratrici dipendenti del pubblico impiego: 66 anni e 7 mesi;
- lavoratrici dipendenti del settore privato: 65 anni e 7 mesi;
- lavoratrici autonome: 66 anni e 1 mese.
Lo stesso aumento di 4 mesi è previsto per l’età massima di servizio che, dal 2016, sarà di 70 anni e sette mesi.
Idem per chi ha cominciato a lavorare dopo il 1995, che potrà andare in pensione a 63 anni e 7 mesi.
Per tutti resta fermo il requisito dei 20 anni di anzianità contributiva.
Le novità per la pensione anticipata
Per chi vuole accedere alla pensione anticipata, nel 2015 valgono gli stessi requisiti del 2014:
- lavoratori: 42 anni e 6 mesi di contributi;
- lavoratici: 41 anni e 6 mesi di contributi.
Dal 2016, si cambia: il requisito sale a 42 anni e 10 mesi per gli uomini, 41 e 10 mesi per le donne.
Novità del 2015 è che, se fino all’anno passato, chi voleva andare in pensione anticipata con meno di 62 anni di età subiva una decurtazione sulla pensione finale, da quest’anno la legge di stabilità ha cancellato la penalizzazione economica. Fino al 2014, infatti, era possibile lasciare il lavoro anzitempo, ma con un malus dell’1% nel primo biennio e del 2% negli anni successivi, che saliva al 6% per chi lasciava prima dei 58 anni.
Per quanto riguarda gli importi, non c’è invece nessuna novità sul fronte del metodo di calcolo. Continua quindi ad applicarsi il sistema misto, che prevede una quota di contributivo ed una di retributivo, o contributivo puro a seconda dell’anzianità contributiva all’1 gennaio 1996. Rispetto all’applicazione del retributivo puro, le pensioni risultano quindi più basse: il gap rispetto al reddito, con il contributivo puro, è in media del 55%.
Rivalutazione delle pensioni 2015 allo 0,3%
Per quanto riguarda l’adeguamento delle pensioni al costo della vita, nel 2015 l’aumento è molto contenuto, pari allo 0,3% in più.
Come calcolato dal sindacato dei pensionati, a seconda delle fasce di reddito si registreranno i seguenti aumenti:
- fino a 1.502,64 euro, l’aumento mensile massimo è di 4,50 euro;
- tra 1.502,64 e 2.003,52 euro: 5,71 euro;
- tra 2.003,52 e 2.504,4 euro: 5,63 euro;
- tra 2.504,4 e 3.005,28 euro: 4,50 euro.
Oltre la soglia massima di sei volte il trattamento minimo, l’aumento di rivalutazione automatica vale fino al valore del limite.
Si tratta, come si può notare di importi molto limitati. Per altro, se accadrà ciò che è avvenuto nel 2014, il prossimo anno questi soldi potrebbero essere trattenuti. Nel 2014, infatti, il tasso di rivalutazione era stato sopravvalutato, nella previsione, rispetto al consuntivo. Di fatto, a gennaio 2015 molti pensionati devono restituire una parte di quanto percepito, perché il tasso è passato dall’1,2% all’1,1%.
Questo, dunque, il quadro della previdenza per il 2015.
Quello che si è appena aperto è un anno di assestamento, in vista delle novità più sostanziose del 2016.
Al di là di quello che cambia, la domanda centrale resta se le pensioni garantite dal sistema previdenziale siano sufficienti a mantenere il tenore di vita di una famiglia e a realizzare i propri progetti. Se la risposta fosse negativa, è fondamentale iniziare a pensare sin da giovani a tutelarsi, con soluzioni di previdenza integrativa.
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Fonte: www.a1life.it
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