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Pensioni: I requisiti nel 2016 e come saliranno sino al 2029.

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La pensione di anzianità pensione di anzianità dal 2012 è stata sostituita da quella anticipata ed oggi dai 40 anni, intesi come contributi versati necessari fino ad allora, si è passati a 42 anni e 10 mesi (41 anni e 10 mesi per le donne). La pensione di vecchiaia invece ha visto l’età utile per la pensione passare, sempre a partire da quell’anno, da 65 anni a 66 e 7 mesi; per le donne ancora peggio perché fino ad allora si usciva a 60 o 61 anni in base alla tipologia di lavoro svolto. Sono gli effetti della Legge Fornero che entrò in vigore proprio a partire dal 2011, quindi risulta essere una specie di spartiacque tra due regimi normativi. Per molti però, anche oggi, nel 2016, si può uscire dal lavoro con la vecchia normativa e non ci riferiamo solo alle donne che rientrano in opzione donna o alla settima salvaguardia, ma a quella che si chiama cristallizzazione dei requisiti.

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Tasso di sostituzione in calo, sforbiciata alle pensioni

Il tasso di sostituzione è l’indicatore principale per capire quanto si percepirà in pensione, ovvero il rapporto fra la prima rata annua di pensione e l’ultima retribuzione annua.
Come abbiamo scritto più volte in questo blog dopo l’ultima riforma previdenziale (cosiddetta Fornero) il tasso di sostituzione tende a diminiuire: ciò vuol dire che i nuovi pensionati percepiscono meno, rispetto allo stipendio, di quanto percepisce chi è andato in pensione con le vecchie regole.
La certificazione di questa tendenza arriva ora anche dal Rapporto 2014 della Ragioneria Generale dello Stato: la spesa pubblica per le pensioni sarà sostenibile, ma il tasso di sostituzione tenderà a diminuire.

Spesa per le pensioni in decrescita:nel 2060 sarà il 13,9% del Pil

Dal Rapporto emerge che il sistema previdenziale italiano, se non ci saranno scossoni negativi nell’economia, è sostenibile dal punto di vista finanziario. Era questo, del resto, l’obiettivo delle ultime riforme previdenziali, di cui quella del ministro Elsa Fornero è stata solo l’ultima fase. Nel Rapporto, la descrizione degli andamenti di medio-lungo periodo della spesa per pensioni in rapporto al PIL evidenzia che il processo di riforma riuscirà compensare i potenziali effetti della decrescita demografica, dell’aumento della disoccupazione e dell’aspettativa di vita sulla spesa pubblica nei prossimi decenni.
In particolare, se nel 2010 la spesa per la previdenza incideva per il 15,3% sul Pil, guardando al futuro, il Rapporto calcola un leggero aumento al 15,7% nel 2020, per assestarsi poi al 15% nel 2030, al 15,5% nel 2040, al 15,2% nel 2050.  Da qui in poi il rapporto spesa/Pil scenderà rapidamente e progressivamente, arrivando al 13,9% nel 2060.

Gli interventi della riforma previdenziale iniziata nel 1992 che maggiormente hanno contribuito al contenimento della dinamica del rapporto fra spesa pensionistica e PIL sono:

  •  l’eliminazione della componente reale dell’indicizzazione delle pensioni ed il passaggio ad un sistema di indicizzazione ai soli prezzi;
  • l’introduzione del sistema di calcolo contributivo in base al quale le prestazioni risultano, automaticamente, relazionate sia ai contributi pagati che alla speranza di vita del pensionato e dell’eventuale superstite;
  • l’innalzamento dei requisiti minimi per l’accesso al pensionamento di vecchiaia ordinario e anticipato;
  • l’adeguamento, su base triennale (biennale dal 2021), dei coefficienti di trasformazione e, con medesima periodicità, dei requisiti di accesso al pensionamento in funzione della speranza di vita.

La decrescita del rapporto tra spesa pensionistica e PIL, nell’ultima fase del periodo di previsione (2045-2060), è dovuta essenzialmente alla progressiva stratificazione delle pensioni liquidate integralmente con il sistema di calcolo contributivo che produce un contenimento della pensione media rispetto ai livelli retributivi. Ci sarà inoltre un’inversione di tendenza del rapporto fra numero di pensioni e numero di occupati la cui crescita tende ad azzerarsi poco prima del 2050, dove raggiunge il livello massimo dell’86,5%, per poi flettere negli anni successivi. La spiegazione di tale andamento è da ricercare nella graduale eliminazione delle generazioni del baby boom e nell’adeguamento alla speranza di vita dei requisiti per la maturazione del diritto alla pensione.

Tasso di sostituzione in caduta libera

Mentre il valore della spesa pensionistica in rapporto al PIL cresce in media, per l’insieme dei Paesi dell’UE, di 1,4 punti percentuali nel periodo 2010-2060, nel caso dell’Italia il rapporto scende di 0,9 punti percentuali. Un dato che, nel lungo periodo, dovrebbe assicurare la sostenibilità del sistema previdenziale. Il rovescio della medaglia è che, però, i lavoratori andranno in pensione con un assegno inferiore a quello che avrebbero percepito se ci fosse stato il vecchio sistema di calcolo retributivo. In tasca, si troveranno poi meno soldi di quanto percepito nella fase lavorativa.

Ecco, infatti, che arriviamo al tasso di sostituzione, che misura la variazione del reddito lordo del lavoratore nel passaggio dalla fase attiva a quella di pensione. A parità di carriera lavorativa, tale indicatore riflette le differenze legate alle diverse modalità di calcolo della pensione.
Il Rapporto fa degli esempi.
Un lavoratore dipendente del settore privato che nel 2010 avrebbe ottenuto una pensione pari al 74,1% dell’ultima retribuzione, nel 2060 vedrà ridotta tale percentuale al 64,2%, a parità di requisiti contributivi. Una riduzione, dunque, di 9,9 punti percentuali. Nel caso di un lavoratore autonomo, la riduzione del tasso di sostituzione risulta assai più consistente per via della più bassa aliquota di computo prevista nel sistema contributivo. Nel periodo di previsione, il tasso di sostituzione subisce una contrazione di circa 21,3 punti percentuali, passando dal 73% del 2010 al 51,8% del 2060.

L’ elemento che maggiormente impatta sul tasso di sostituzione è l’età del pensionamento, per effetto del coefficiente di trasformazione,più che gli anni di contribuzione. Il meccanismo di calcolo contributivo calcolo contributivo, infatti, si basa sulla capitalizzazione dei contributi versati, rivalutati ogni anno sulla base della media del PIL degli ultimi 5 anni, e convertito in rendita al pensionamento sulla base dei coefficienti di trasformazione, variabili in aumento al crescere dell’età pensionabile.
L’effetto, così, è che più tardi si va in pensione, più aumenta l’assegno percepoto. Un esempio: per un dipendente che nel 2050 incasserà il primo assegno previdenziale, il tasso di sostituzione netto (dopo aver pagato le tasse s) sarà del 73,1%, con 38 anni di contributi, quota che nel 2060 salirà al 73,6%. Se, però, il dipendente se la sentisse di lavorare altri tre anni per andare in pensione con la vecchiaia (nel 2050, 70 anni di età e 40 di contributi) vedrebbe il tasso di sostituzione netto aumentare a quota 83,1 oppure a 85,5 nel 2060.

Questo, dunque, lo scenario: nel futuro, la spesa pubblica per le pensioni sarà più contenuta, con buona pace dei pensionati.
E’ fondamentale esserne informati, per poter decidere se quanto si riceverà è sufficiente per le proprie necessità, o se conviene intervenire con formule di previdenza integrativa.