Categoria: Assicurativo

Pensione e cassa integrazione: cosa succede quando un’azienda è in crisi

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Pensione e cassa integrazione, in effetti, sembrerebbero non andare d’accordo. La prima, la pensione, si percepisce quando si raggiungono i requisiti per uscire dal mondo del lavoro. La cassa integrazione è, in tutte le sue declinazioni (ordinaria, straordinaria, in deroga), un ammortizzatore sociale: al lavoratore temporaneamente sospeso dal lavoro, per volontà dell’azienda, viene garantito un reddito, che equivale ad una percentuale dello stipendio, versato dall’Inps. I periodi di cassaintegrazione valgono per maturare il diritto alla pensione? E come funziona la contribuzione?

Pensione e cassa integrazione

Ad oggi, i periodi di cassa integrazione sono considerati utili per maturare il diritto alla pensione, di qualunque tipo si tratti (vecchiaia o anticipata), sia per quanto riguarda il requisito anagrafico che per l’ammontare. Sono utili anche per il diritto e per la misura di tutte le altre prestazioni Inps. Un principio che vale per tutte le forme di cassa integrazione guadagni:

  • ordinaria: ai lavoratori dipendenti da imprese industriali, esclusa l’edilizia;
  • speciale: ai lavoratori dipendenti da imprese artigiane e industriali;
  • straordinaria: ai lavoratori dipendenti da imprese del settore industriale che abbiano occupato mediamente più di 15 dipendenti; imprese del settore edile; aziende commerciali con più di 200 dipendenti; aziende di mensa e ristorazione.

Ma come è possibile che ad un lavoratore vengano accreditati mesi di lavoro e contributi senza che nessuno li versi? Qui entrano in scena i contributi figurativi.

Cassa integrazione: cosa sono i contributi figurativi

I contributi figurativi sono contributi “fittizi” (cioè non versati né dal datore di lavoro né dal lavoratore) che vengono accreditati dall’Inps sul conto assicurativo del lavoratore per periodi in cui si è verificata una interruzione o una riduzione dell’attività lavorativa e di conseguenza non c’è stato il versamento dei contributi obbligatori da parte del datore di lavoro. In pratica, si tratta di soldi pubblici, che vengono erogati attraverso l’Inps. Come spiega una guida dell’INPS dedicata ai contributi figurativi, la legge individua le ipotesi nelle quali possono essere accreditati, d’ufficio o su domanda del lavoratore, senza alcun costo per l’assicurato Per chi è in cassa integrazione, i contributi figurativi vengono accreditati d’ufficio. Lo stesso vale per chi ha un contratto di solidarietà, per i lavoratori socialmente utili, per chi percepisce indennità di mobilità, disoccupazione. Devono invece fare domanda chi si assenta dal posto di lavoro per servizio militare, malattia e infortunio, donazione del sangue, congedo per maternità durante il rapporto di lavoro, riposi giornalieri, malattia del bambino, congedo per gravi motivi familiari, permesso retribuito ai sensi della legge 104/92 (handicap grave), congedo straordinario ai sensi della legge 388/2000 (handicap grave), periodi di aspettativa per lo svolgimento di funzioni pubbliche elettive o per l’assunzione di cariche sindacali. Per avere diritto ai contributi figurativi è necessario avere versato almeno un contributo obbligatorio settimanale prima del periodo di disoccupazione, ovvero avere svolto, per almeno una settimana, un’attività lavorativa soggetta all’assicurazione previdenziale obbligatoria. Ma come si calcolano i contributi figurativi? Per chi è in cassa integrazione, sono determinati prendendo come riferimento la retribuzione utilizzata per il calcolo dell’integrazione salariale o dell’indennità di mobilità, che in linea di massima (ma per ogni caso specifico, ci sono variazioni) è l’80% della retribuzione persa. Su questo importo si applicano le aliquote di calcolo della contribuzione: il risultato sarà accreditato dall’Inps. Restano esclusi da tutto questo i collaboratori occasionali, Partite Iva, lavoratori con contratti a progetto. Per loro, infatti, la sospensione dal lavoro per motivi di crisi aziendale, non danno diritto agli ammortizzatori sociali: semplicemente, vengono lasciati a casa.

Pensione e cassa integrazione: il sistema dei contributi figurativi è sostenibile?

Secondo l’ultimo bilancio sociale dell’Inps, nel 2012 la spesa per i contributi figurativi per la Cassa integrazione è stata di 2,7miliardi di euro, il 20,9% in più rispetto al 2011 e in forte crescita anche rispetto ai 2,5 miliardi del 2010. In totale, i contributi figurativi per cassa integrazione, mobilità e disoccupazione sono stati di 10,1miliardi  in crescita del 21,4% rispetto al 2011. Abbiamo già detto diverse volte che l’Inps non naviga in buone acque. Il risultato di eserciziodell’Inps per il 2013 sarà negativo per 14,4miliardi, e per il 2014 è atteso un rosso di altri 4,5miliardi. Le ragioni sono molteplici, dall’incorporazione dell’Inpdap alle dinamiche demografiche, che vedono un aumento del numero di pensionati che percepiscono assegni di importanti (grazie al calcolo retributivo), e, di contro, sempre meno lavoratori che percepiscono stipendi bassi. In tutto questo, prestazioni a carico dell’Inps come la cassa integrazione continuano ad aumentare: nel primo trimestre del 2014, la cassa straordinaria è aumentata del 10,21%, secondo quanto riportato dall’Osservatorio della Cgil. E anche quando ci sono dei cali, gli esperti spiegano che il motivo è che le aziende chiudono, per cui non c’è più bisogno di sospendere o ridurre temporaneamente il lavoro. Primo punto: in questo quadro, potrà l’Inps continuare a versare contributi figurativi? E fino a quando? Secondo punto, l’importo della contribuzione viene calcolato su una percentuale dello stipendio, che vuol dire che il montante contributivo, che è la base su cui calcolare la pensione, sarà più dimensionato rispetto a quello che sarebbe stato in caso di lavoro pieno, con effetti negativi sull’importo della pensione. Un cassaintegrato deve, dunque, preoccuparsi per la sua pensione? Come sempre, non c’è mai una risposta unica per tutti. L’importante è essere informati e consapevoli della propria situazione, per porre eventualmente rimedio in tempo.

Tasso di sostituzione in calo, sforbiciata alle pensioni

Il tasso di sostituzione è l’indicatore principale per capire quanto si percepirà in pensione, ovvero il rapporto fra la prima rata annua di pensione e l’ultima retribuzione annua.
Come abbiamo scritto più volte in questo blog dopo l’ultima riforma previdenziale (cosiddetta Fornero) il tasso di sostituzione tende a diminiuire: ciò vuol dire che i nuovi pensionati percepiscono meno, rispetto allo stipendio, di quanto percepisce chi è andato in pensione con le vecchie regole.
La certificazione di questa tendenza arriva ora anche dal Rapporto 2014 della Ragioneria Generale dello Stato: la spesa pubblica per le pensioni sarà sostenibile, ma il tasso di sostituzione tenderà a diminuire.

Spesa per le pensioni in decrescita:nel 2060 sarà il 13,9% del Pil

Dal Rapporto emerge che il sistema previdenziale italiano, se non ci saranno scossoni negativi nell’economia, è sostenibile dal punto di vista finanziario. Era questo, del resto, l’obiettivo delle ultime riforme previdenziali, di cui quella del ministro Elsa Fornero è stata solo l’ultima fase. Nel Rapporto, la descrizione degli andamenti di medio-lungo periodo della spesa per pensioni in rapporto al PIL evidenzia che il processo di riforma riuscirà compensare i potenziali effetti della decrescita demografica, dell’aumento della disoccupazione e dell’aspettativa di vita sulla spesa pubblica nei prossimi decenni.
In particolare, se nel 2010 la spesa per la previdenza incideva per il 15,3% sul Pil, guardando al futuro, il Rapporto calcola un leggero aumento al 15,7% nel 2020, per assestarsi poi al 15% nel 2030, al 15,5% nel 2040, al 15,2% nel 2050.  Da qui in poi il rapporto spesa/Pil scenderà rapidamente e progressivamente, arrivando al 13,9% nel 2060.

Gli interventi della riforma previdenziale iniziata nel 1992 che maggiormente hanno contribuito al contenimento della dinamica del rapporto fra spesa pensionistica e PIL sono:

  •  l’eliminazione della componente reale dell’indicizzazione delle pensioni ed il passaggio ad un sistema di indicizzazione ai soli prezzi;
  • l’introduzione del sistema di calcolo contributivo in base al quale le prestazioni risultano, automaticamente, relazionate sia ai contributi pagati che alla speranza di vita del pensionato e dell’eventuale superstite;
  • l’innalzamento dei requisiti minimi per l’accesso al pensionamento di vecchiaia ordinario e anticipato;
  • l’adeguamento, su base triennale (biennale dal 2021), dei coefficienti di trasformazione e, con medesima periodicità, dei requisiti di accesso al pensionamento in funzione della speranza di vita.

La decrescita del rapporto tra spesa pensionistica e PIL, nell’ultima fase del periodo di previsione (2045-2060), è dovuta essenzialmente alla progressiva stratificazione delle pensioni liquidate integralmente con il sistema di calcolo contributivo che produce un contenimento della pensione media rispetto ai livelli retributivi. Ci sarà inoltre un’inversione di tendenza del rapporto fra numero di pensioni e numero di occupati la cui crescita tende ad azzerarsi poco prima del 2050, dove raggiunge il livello massimo dell’86,5%, per poi flettere negli anni successivi. La spiegazione di tale andamento è da ricercare nella graduale eliminazione delle generazioni del baby boom e nell’adeguamento alla speranza di vita dei requisiti per la maturazione del diritto alla pensione.

Tasso di sostituzione in caduta libera

Mentre il valore della spesa pensionistica in rapporto al PIL cresce in media, per l’insieme dei Paesi dell’UE, di 1,4 punti percentuali nel periodo 2010-2060, nel caso dell’Italia il rapporto scende di 0,9 punti percentuali. Un dato che, nel lungo periodo, dovrebbe assicurare la sostenibilità del sistema previdenziale. Il rovescio della medaglia è che, però, i lavoratori andranno in pensione con un assegno inferiore a quello che avrebbero percepito se ci fosse stato il vecchio sistema di calcolo retributivo. In tasca, si troveranno poi meno soldi di quanto percepito nella fase lavorativa.

Ecco, infatti, che arriviamo al tasso di sostituzione, che misura la variazione del reddito lordo del lavoratore nel passaggio dalla fase attiva a quella di pensione. A parità di carriera lavorativa, tale indicatore riflette le differenze legate alle diverse modalità di calcolo della pensione.
Il Rapporto fa degli esempi.
Un lavoratore dipendente del settore privato che nel 2010 avrebbe ottenuto una pensione pari al 74,1% dell’ultima retribuzione, nel 2060 vedrà ridotta tale percentuale al 64,2%, a parità di requisiti contributivi. Una riduzione, dunque, di 9,9 punti percentuali. Nel caso di un lavoratore autonomo, la riduzione del tasso di sostituzione risulta assai più consistente per via della più bassa aliquota di computo prevista nel sistema contributivo. Nel periodo di previsione, il tasso di sostituzione subisce una contrazione di circa 21,3 punti percentuali, passando dal 73% del 2010 al 51,8% del 2060.

L’ elemento che maggiormente impatta sul tasso di sostituzione è l’età del pensionamento, per effetto del coefficiente di trasformazione,più che gli anni di contribuzione. Il meccanismo di calcolo contributivo calcolo contributivo, infatti, si basa sulla capitalizzazione dei contributi versati, rivalutati ogni anno sulla base della media del PIL degli ultimi 5 anni, e convertito in rendita al pensionamento sulla base dei coefficienti di trasformazione, variabili in aumento al crescere dell’età pensionabile.
L’effetto, così, è che più tardi si va in pensione, più aumenta l’assegno percepoto. Un esempio: per un dipendente che nel 2050 incasserà il primo assegno previdenziale, il tasso di sostituzione netto (dopo aver pagato le tasse s) sarà del 73,1%, con 38 anni di contributi, quota che nel 2060 salirà al 73,6%. Se, però, il dipendente se la sentisse di lavorare altri tre anni per andare in pensione con la vecchiaia (nel 2050, 70 anni di età e 40 di contributi) vedrebbe il tasso di sostituzione netto aumentare a quota 83,1 oppure a 85,5 nel 2060.

Questo, dunque, lo scenario: nel futuro, la spesa pubblica per le pensioni sarà più contenuta, con buona pace dei pensionati.
E’ fondamentale esserne informati, per poter decidere se quanto si riceverà è sufficiente per le proprie necessità, o se conviene intervenire con formule di previdenza integrativa.