Categoria: Economia, Fisco e Finanza

RISCATTO DELLA LAUREA: QUANDO CONVIENE?

È una domanda che, chi ha conseguito un titolo di studio universitario, prima o poi si trova ad affrontare.
C’è da dire subito che è difficile dare una risposta univoca. I calcoli sono così strettamente legati alla propria storia lavorativa e alle aspettative, che ognuno dovrebbe prendere carta e penna (e commercialista) per fare due conti.

In generale, il riscatto dei periodi assicurativi consente al lavoratore di ottenere, a proprie spese, il riconoscimento contributivo per periodi previdenzialmente scoperti e di recuperare fiscalmente parte dell’onere sostenuto.

Chi chiede il riscatto della laurea, da una parte, si “porta a casa” qualche anno di anzianità contributiva, e dall’altra una maggiorazione dell’assegno pensionistico. D’altro canto, c’è da dire che i costi per il riscatto della laurea sono generalmente elevati. E alla luce delle novità della riforma previdenziale, non è così scontato che i benefici siano davvero appetibili.

Riscatto della laurea: come funziona

Il riscatto della laurea è ammesso se l’interessato ha conseguito il titolo di studio e solo per il periodo previsto dal corso legale: non valgono, in pratica, gli anni fuori corso.
Inoltre, se durante gli anni di studio, il richiedente lavorava ed era coperto da contribuzione obbligatoria o figurativa, non può chiedere il riscatto per quei periodi.

Fatte salve queste condizioni, si possono riscattare:

  • i diplomi di laurea (4 o 6 anni al massimo);
  • i diplomi universitari (2 o 3 anni al massimo);
  • i diplomi di specializzazione conseguiti dopo la laurea non inferiore a 2 anni;
  • i dottorati di ricerca;
  • i titoli accademici introdotti dal 1999 in poi: Laurea (L) corso di studi triennale, Laurea specialistica (LS) alla quale si accede dopo il corso di laurea triennale e si consegue al termine di ulteriori 2 anni

Non si possono riscattare:

  • i periodi fuori corso;
  • i periodi già coperti da contributi di qualsiasi tipo.

Arriviamo al costo: quanto costa riscattare gli anni di studio?

L’onere di riscatto è determinato con le norme che disciplinano la liquidazione della pensione con il sistema retributivo o con quello contributivo e varia a seconda di quando è stato conseguito il titolo.Visto che si tratta di determinare i contributi, in pratica, le regole di calcolo seguono l’andamento di quelle per il calcolo della pensione.

Il contributo può essere versato in unica soluzione o in 120 rate mensili senza l’applicazione di interessi per la rateizzazione.

LAUREA PRIMA DEL 31 DICEMBRE 1995

Senza entrare troppo in tecnicismi, per chi ha conseguito una laurea prima del 31 dicembre 1995, il calcolo del riscatto della laurea è quantificato da particolari tabelle che tengono conto dell’età, il sesso, la posizione assicurativa e retributiva e la durata dei periodi da riscattare.
Vale questo metodo di calcolo anche per chi chiede di riscattare anni di studio dopo il 1995, ma che, entro quella data, abbia maturato un’anzianità contributiva pari o superiore ai 18 anni.

Attraverso la combinazione di tutte le variabili viene individuata la quantità di denaro da versare, che deve essere sufficiente perché la cassa di previdenza possa poi pagare la pensione tenendo conto anche di questi anni contribuivi (riserva matematica).

Quanto si deve pagare? L’Inps fa qualche esempio partendo da casi reali.
Una donna di 40 anni, con 11 anni di anzianità contributiva, che nel 2011 abbia chiesto di riscattare 4 anni di studio risalenti a prima del 31 dicembre 1995, con un reddito delle ultime 52 settimane di 35.949,39 dovrà versare 65.304,85 euro.
Un uomo, con le stesse condizioni anagrafiche e di studio, con un reddito di 52378,46 dovrà versare 59.750,60 euro.

LAUREA DOPO IL 31 DICEMBRE 1995

Se si tratta del riscattare anni di laurea dall’1 gennaio 1996, il calcolo segue le regole del sistema di calcolo contributivo.
Il costo è determinato sulla base dell’aliquota contributiva (per i dipendenti è pari al 33%) applicata alla retribuzione lorda dell’ultimo anno, moltiplicata per il numero degli anni di cui si chiede il riscatto.

Esempio. Un dipendente che vuole riscattare 4 anni di laurea, con un reddito di 32.170 euro, dovrà applicare l’aliquota del 33%: viene fuori che per riscattare 4 anni deve pagare 42.464,44 euro, 10.616 euro all’anno.

In questi casi, poiché l’onere è una percentuale del reddito, quanto più quest’ultimo è alto, tanto più costerà riscattare la laurea.

RISCATTO PER GLI INOCCUPATI

E se un laureato è senza lavoro?

Dal 2008, possono chiedere il riscatto della laurea anche gli inoccupati che non risultano essere mai stati iscritti ad alcuna forma obbligatoria di previdenza, inclusa la Gestione Separata, e che non abbiano iniziato l’attività lavorativa, in Italia o all’estero.

In questo caso, l’onere dei periodi da riscatto è costituito dal versamento di un contributo, per ogni anno da riscattare, pari al livello minimo imponibile annuo degli artigiani e commercianti moltiplicato per l’aliquota di computo delle prestazioni pensionistiche dell’assicurazione generale obbligatoria.
Per il 2014, si deve applicare il 33% a circa 15.516 euro: per ogni anno di laurea, in pratica, gli inoccupati devono pagare circa 5.000 euro.

Gli oneri per il riscatto sono deducibili fiscalmente.

Come incide il riscatto della laurea sulla pensione?

Per quanto riguarda l’età pensionabile, con l’ultima riforma previdenziale del ministro Elsa Fornero, si è stabilita l’età anagrafica come principale criterio per accedere alla pensione di vecchiaia. In particolare, servono 65 anni (che diventeranno 67 nel 2018) ed un minimo di 20 anni di contribuzione. Col riscatto della laurea, dunque, si riesce a raggiungere più rapidamente il requisito dei 20 anni contributivi, ma comunque si dovrà restare nel mercato del lavoro fino al raggiungimento dell’età anagrafica.

Riscattare la laurea, invece, può essere utile per uscire qualche anno prima dal mondo del lavoro, per la pensione anticipata (ex pensione di anzianità). in questo caso si possono risparmiare fino a 3 anni di lavoro.

Per quanto riguarda il calcolo della pensione, i contributi versati finiscono nel montante contributivo su cui si applicano poi coefficienti ed aliquote per calcolare l’assegno finale.

Per chi rientra nel retributivo, in realtà questo non incide sull’importo della pensione, visto che il calcolo di quest’ultima tiene conto non dei contributi versati, ma degli ultimi redditi: riscattare la laurea, dunque, ha senso per maturare anzianità contributiva, non per incrementare la pensione.

Diverso il caso di chi va in pensione col contributivo, perché qui si tiene conto dei contributi versati. Secondo alcuni calcoli riportati in un articolo del Corriere della Sera, c’è sempre un aumento nell’importo della pensione. Il punto è capire di quanto è questo aumento.
Per un dipendente quarantenne con inizio della contribuzione a venticinque anni e riscatto di quattro anni di laurea, aumenterà del 12% la somma di tutti i vitalizi incassati dal momento del pensionamento sino alla vita media attesa. Per un autonomo della stessa età e anzianità contributiva, invece, l’incremento sarà solo del 6%. In generale, si calcolano aumenti della pensione fino al 20%.

Conviene riscattare gli anni della laurea?

Come dicevamo all’inizio, è difficile dare una risposta univoca.

Da una parte, riscattare la laurea ha dei costi importanti. Dall’altra, ci possono essere dei vantaggi per l’aumento della pensione o per accelerare l’uscita dal mondo del lavoro. 

Di certo, la convenienza del riscatto va valutata anche in riferimento alla collocazione temporale dei periodi di studio riscattati. Prima o dopo il 1995 fa una bella differenza, con i sistemi di calcolo retributivo, misto o contributivo.

Inoltre, mentre l’onere da pagare è certo, viene stabilito dall’ente di previdenza senza possibilità di scelta, e va ad incidere sul reddito della famiglia, il beneficio arriverà dopo molti anni e non è detto che sia sufficiente a garantire il mantenimento del tenore di vita.

Chi pensa di riscattare la laurea come forma di integrazione della pensione, prima di fare una scelta, dovrebbe provare a compare costi/benefici anche di altre formule, come possono essere i piani di accumulo, che sono più flessibili, perché i costi possono essere modulati  sulla base delle esigenze presenti e future degli interessati.

Fonte: http://www.a1life.it

LA RIVALUTAZIONE DEI CONTRIBUTI RISCHIA DI SVALUTARE LE PENSIONI

Cosa sta succedendo?
Accade che, secondo le ultime riforme previdenziali, in particolare secondo la riforma Dini del 1995, i contributi accumulati nel corso della vita, che saranno poi restituiti come assegno pensionistico, viene rivalutato sulla base dell tasso di capitalizzazione che deriva dall’andamento quinquennale del Pil nominale.
La crescita attesa del Pil, secondo la Dini, sarebbe dovuta essere del 10,984% in dieci anni. Una stima ottimistica, che, non solo è stata disattesa, ma che non si è avvicinata minimanente alla realtà. Il dato è infatti negativo: la rivalutazione rischia di diventare una svalutazione.

Rivalutazione dei contributi al ribasso: pensioni in calo
Come siamo passati dalla rivalutazione dei contributi alla svalutazione della pensione?

La scelta di ancorare il montante alla crescita del Pil, si diceva, è inserita nella riforma Dini. Il comma 9 dell’articolo 1 della legge 335/1995 recita: «il tasso annuo di capitalizzazione è dato dalla variazione media quinquennale del prodotto interno lordo, (Pil) nominale, appositamente calcolata dall’Istat, con riferimento al quinquennio precedente l’anno da rivalutare».
Nel 2014, quindi, si è andati a vedere l’andamento del prodotto interno lordo 2009-2013, su cui pesa il -5,5% del 2009. Il tasso di capitalizzazione dei montanti contributivi, per quest’anno, è del -0,1927%. Ciò vuol dire che il montante contributivo accantonato, moltiplicato per quel numero, non cresce, ma si svaluta, ovvero perde pezzi, con effetti anche sulle pensioni del domani.

Cosa significa, in soldoni? Facciamo riferimento ad alcune simulazioni proposte da Libero. Chi al 31 dicembre del 2013 aveva accumulato 150 mila euro di contributi sconterà un taglio di 289 euro (150.000 x 0,1927:100), chi ne aveva messi da parte 100 mila euro registrerà una perdita di 192, mentre chi poteva vantare un importo da 50 mila euro si ritroverà con una sforbiciata da 96.

Il problema non riguarda solo chi ha il contributivo puro, ovvero chi ha iniziato a lavorare dopo il 1996, ma anche chi al 31 dicembre 1995 aveva meno di 18 anni di contribuzione, a cui si applica, quindi, il metodo di calcolo misto, che utilizza anche il contributivo. Inoltre, per effetto della legge Fornero, dal primo gennaio 2012, anche ai lavoratori in possesso di un’anzianità contributiva di almeno 18 anni al 31 dicembre 1995 è applicato il contributivo sulla quota di pensione maturate a decorrere dal 1° gennaio 2012: anche loro dovranno scontare l’effetto Pil.

E la decrescita taglia anche i tassi di sostituzione
Se parlare di svalutazione del montante contributivo dà subito l’idea di una perdita e fa crescere l’indignazione, meno tangibile è l’effetto sui tassi di sostituzione che, tuttavia, sono un indicatore fondamentale per capire quale sarà il futuro dei lavoratori.
Il tasso di sostituzione, ricordiamolo, è il rapporto tra la pensione ed il reddito da lavoro e serve per capire a quanto ammonterà il nostro assegno previdenziale in rapporto all’ultima retribuzione.

Considerando uno sviluppo del Pil reale dell’1,57%, un’inflazione al 2% ed una crescita delle retribuzioni reali dell’1,51%, secondo i dati forniti dalla Ragioneria generale dello Stato si oscilla dal 73% al 79% per i dipendenti e dal 64% al 71% per i lavoratori autonomi.
Guardando alla realtà, però, tutti i parametri sono cresciuti molto meno delle previsioni. Secondo “Il Punto” Giornata nazionale della previdenza, tra il 2008 e il 2014 avremmo dovuto avere una crescita del Pil reale del 10,984% e invece la rivalutazione in termini reali dei montanti contributivi è stata pari al – 4,541%. Risultato, ad oggi, in termini di rivalutazione dei contributi versati, siamo sotto di circa il 16%.
Alla luce di questo, i veri tassi di sostituzione dovranno essere rivisti al ribasso di almeno 10 punti percentuali, cioè sotto il 70% per i lavoratori dipendenti e sotto il 60% per gli autonomi. E se il reddito medio dei lavoratori è di 1.100 euro, è facile prevedere che la loro pensione sarà di 660 euro (il 60%), poco al di sopra della minima.

Scenderà in campo il governo?
Come si può infatti parlare di rivalutazione di pensioni se il tasso di riferimento è negativo? Un’aberrazione matematica che avrà forti ripercussioni sulle pensioni: il metodo contributivo, infatti, è nato proprio per ridurre l’incidenza delle pensioni sulla spesa pubblica. Se, in passato, i pensionati ricevevano più di quanto avessero versato (ed il surplus erano soldi pubblici), in teoria, col contributivo, questo non dovrebbe più accadere, perché le pensioni sono i soldi accantonati durante la vita lavorativa. Togliere qualcosa è come sottrarre soldi legittimamente accantonati nel “salvadanaio previdenziale”.

Ed in effetti all’Inps, presieduto da Tiziano Treu se ne sono accorti ed hanno scritto al ministero del lavoro ed economia.
Il Governo, da parte sua, potrà decidere di non applicare il tasso di capitalizzazione dei montanti contributivi per quest’anno. Come spiega Treu in un’intervista al Sole 24 Ore, «la lettera con la richiesta di pareri ai ministeri sarà inviata lunedì. Poi sarà necessario un incontro. L’Inps può fornire numeri e simulazioni sull’applicazione del tasso annuo di capitalizzazione dei montanti contributivi. Poi però toccherà ai ministeri decidere e, a mio avviso, potrebbe essere necessario anche un intervento legislativo».

Insomma, un tema caldo, perché coinvolge praticamente milioni di lavoratori, a cui il governo dovrà dare una risposta.
Senza una correzione totale, che preveda che in caso di tasso negativo, la rivalutazione viene congelata, il problema si riproporrà anche in futuro, viste le previsioni sulla crescita dell’economia, rendendo vani i sacrifici dei lavoratori.
Da una parte, dunque, serve un intervento dall’alto. Dall’altro lato, questa vicenda, comunque vada a finire, è un ulteriore indicatore di quanto sia urgente che ciascuno valuti anche forme alternative di previdenza integrativa.

Fonte:www.a1life.it

Arrivano le tasse retroattive

Alla faccia del divieto di retroattività della legge, previsto sia dalle disposizioni sulla legge in generale  che dallo Statuto del contribuente.

Un principio di carattere generale che, tuttavia, serve a ben poco quando, dall’altro lato, vi è l’esigenza del fisco di fare cassa.

E così, poiché una legge ordinaria può ben derogare ad un’altra legge ordinaria, la regola secondo cui “la legge non può che disciplinare situazioni future” (e non passate) è sempre più spesso calpestata.

Il record in termini di imposte retroattive si è avuto nel 2011, con la famigerata manovra “Salva-Italia” di Monti.

Negli ultimi tempi, invece, è aumentata la tendenza a chiedere ai contribuenti super acconti o anticipi su versamenti che, invece, dovrebbero essere spalmati su più anni.

La nuova Legge di Stabilità, in corso di approvazione e che dovrebbe diventare definitiva entro fine anno, fa il pieno di tasse retroattive: tasse, cioè, decise oggi, ma pagate per presupposti d’imposta già verificatisi ieri.

Si parte dall’aumento dall’11,5% al 20% della tassazione sui rendimenti dei fondi pensione, i cui effetti fiscali risaliranno nel tempo già a partire dal 1° gennaio 2014, ma che porterà alle casse dello Stato ben 450 milioni di euro annui.

C’è poi l’incremento del prelievo sui dividendi incassati da fondazioni e trust.

Ed ancora ha carattere retroattivo il ritocco dell’aliquota base Irap.

Un intervento, quest’ultimo che, di fatto, cancella lo sconto deciso con il decreto sugli 80 euro.

Anche gli anticipi – come si diceva in apertura – hanno la loro parte. È recentissima, per esempio, la decisione di riscuotere nel 2014 tutti i 600 milioni di euro dell’imposta sostitutiva sulla rivalutazione dei beni d’impresa che invece la legge spalmava su tre esercizi.

Il totale delle tasse retroattive sono ben 86, per un totale di 10 miliardi in più all’Erario. Di queste, solo 16 sono a favore del contribuente (come l’abbassamento al 10% dell’aliquota della cedolare secca).

 

Fonte: www.laleggepertutti.it

MOD. 730 PRECOMPILATO: UNA COLOSSALE FREGATURA PER 14 MILIONI DI ITALIANI

Una dichiarazione dei redditi semplificata per 20 milioni di contribuenti?
Non proprio, visto che – stimano preoccupati commercialisti, consulenti del lavoro, tributaristi e Caf – circa l’85% delle dichiarazioni che l’Agenzia delle Entrate (non) preparerà dovranno essere integrate.

E qui salta fuori il dubbio: l’innovazione della dichiarazione precompilata, fortemente voluta dal governo, quest’anno non prevederà tutta una serie di detrazioni e deduzioni che contribuiscono (al 19% delle spese sostenute), ad alleggerire il carico fiscale.

Ogni anno (dati relazione Vieri Ceriani sull’Erosione fiscale), ben 14.150mila contribuenti (circa uno su tre dei 40 milioni di contribuenti censiti), portano al commercialista, al consulente o ai Caf spese mediche e sanitarie. Ebbene quest’anno (2015, redditi 2014), queste spese non saranno calcolate dal fisco ai fini di conteggiare l’eventuale detrazione che spetta ad ognuno di noi.

In media ogni anno ciascun italiano – inserendo nella dichiarazione dei redditi scontrini di farmaci, visite mediche e fatture per prestazioni sanitarie – ottiene uno sconto di 166 euro. Un rimborso fiscale esiguo, certo, che però moltiplicato per 14 milioni e rotti di contribuenti fa la bellezza di oltre 2,3 miliardi che l’Erario non incassa (e che il sostituto d’imposta il luglio successivo deve restituire).

Il governo ha spiegato che quest’anno, visto che il 730 precompilato è stato lanciato con così poco preavviso, non saranno calcolate le eventuali detrazioni spettanti per spese mediche e sanitarie, spese funerarie e erogazioni a onlus e associazioni benefiche.

Il grande fratello fiscale, non sarebbe in grado di calcolare l’esatto ammontare delle detrazioni spettanti perché se è vero che conosce dalle farmacie (scontrino elettronico farmaceutico), i nostri acquisti con codice fiscale, non ha invece una banca dati delle altre spese sanitarie. Visite specialistiche, terapie odontoiatriche, presidi medici (occhiali o protesi), non vengono censiti anche se fatturate elettronicamente e quindi l’incrocio telematico di dati non è oggi possibile.

Se è vero che la fattura del cardiologo o del dentista non è quasi mai telematica, gli scontrini della farmacia però risultano all’Agenzia, che monitorizza (con Sogei), tramite il codice fiscale l’andamento della spesa, salvo poi tirarsi indietro quando si tratta calcolare e riconoscere automaticamente le detrazioni spettanti (19% di quanto speso), al contribuente.

Ma c’è dell’altro: l’introduzione della precompilata prevede che il contribuente che accetta, senza modificare o integrazioni, la dichiarazione abbia una sorta di immunità. Insomma, chi accetta quanto scrive l’Agenzia non verrà sottoposto a eventuali controlli e accertamenti ex post.

Chi invece volesse integrare la dichiarazione rientrerà nel potenziale bacino dei controlli automatici. Se invece si accetterà la dichiarazione ma si apporteranno delle modifiche «che incidono sulla determinazione del reddito o dell’imposta, il contribuente non beneficierà dall’esclusione dai controlli».

Tradotto: se si accetta per buono la dichiarazione delle Entrate, si ha “l’immunità fiscale”. Se invece si integra, magari chiedendo la detrazione del 19% delle spese mediche sostenute, il fisco continuerà a controllare. Considerando il rimborso fiscale medio – 166 euro, stimato dal ministero dell’Economia – c’è da chiedersi quanti saranno gli italiani che per pochi spiccioli, rinunceranno a chiedere il rimborso pur di evitare di finire nel calderone dei controlli postumi.

Ogni anno l’Agenzia delle Entrate inviai ben 900mila richieste di chiarimento in merito alle dichiarazioni dei redditi consegnate da altrettanti contribuenti. La precompilata dovrebbe servire per abbattere questo carteggio. O meglio: le richieste di chiarimento giungerebbero solo ai professionisti e ai Centri di assistenza fiscale. Ma nel caso in cui non si accettasse la dichiarazione compilata dal fisco, allora resterebbe valida la facoltà di controllo.

Sorge il sospetto che escludere l’automatismo di calcolo per le spese mediche (così come per quelle funebri, le donazioni o le spese di istruzione), e introducendo contestualmente “l’immunità dai controlli” per chi accetta passivamente la dichiarazione preparata dall’Agenzia delle Entrate, sia un modo per contenere e ridurre le richieste di rimborso, vista anche l’esiguità degli importi. E così lo Stato eviterebbe di restituire – nel luglio dell’anno successivo – le eventuali maggiorazioni d’imposta già pagate. Il vantaggio per le casse dello Stato sarebbe più che simbolico. Milioni di contribuenti che non reclamano rimborsi, si traducono in miliardi di maggiore disponibilità per il bilancio pubblico.

Non è proprio un taglio delle detrazioni vigenti – come ipotizzato già nel 2013 – ma gli assomiglia molto…

Il 42% dei giovani lavoratori di oggi avrà pensione sotto mille euro a mese

ROMA – Il 42% dei giovani (25-34 anni) lavoratori dipendenti di oggi andra’ in pensione intorno al 2050 con meno di 1.000 euro al mese. E’ quanto emerge dai risultati del primo anno di lavoro del progetto ‘Welfare, Italia. Laboratorio per le nuove politiche sociali’ di Censis e Unipol.

La ricerca – sulla base di una stima del Censis su dati Istat e Ragioneria generale dello Stato – sottolinea come attualmente i dipendenti in questa fascia di età che guadagnano una cifra inferiore ai 1.000 euro siano il 31,9%. “Ciò significa che in molti si troveranno ad avere dalla pensione pubblica un reddito addirittura più basso di quello che avevano a inizio carriera”, spiega l’indagine. E ricorda che “la previsione riguarda i più ‘fortunati’, cioé i 4 milioni di giovani oggi ben inseriti nel mercato del lavoro, con contratti standard: poi ci sono 1 milione di giovani autonomi o con contratti atipici e 2 milioni di giovani che non studiano né lavorano”. Inoltre, il rapporto Censis e Unipol, evidenzia che l’Italia é uno dei Paesi più vecchi e longevi al mondo: “Nel 2030 gli anziani over-64 anni saranno più del 26% della popolazione totale: ci saranno 4 milioni di persone non attive in più e 2 milioni di attivi in meno”.

Quindi, “il sistema pensionistico dovrà confrontarsi con seri problemi di compatibilità ed equità”. Per Censis e Unipol “se le riforme delle pensioni degli anni ’90 hanno garantito la sostenibilita’ finanziaria a medio termine del sistema, oggi preoccupa il costo sociale della riduzione delle tutele per le generazioni future”. Infatti, spiega l’indagine, “a fronte di un tasso di sostituzione del 72,7% calcolato per il 2010, nel 2040 i lavoratori dipendenti beneficeranno di una pensione pari a poco più del 60% dell’ultima retribuzione (andando in pensione a 67 anni con 37 anni di contributi), mentre gli autonomi vedranno ridursi il tasso fino a meno del 40% (a 68 anni con 38 anni di contributi)”.

Fonnte: www.ansa.it

Le famiglie italiane preferiscono il risparmio gestito

La fotografia scattata ad agosto dalla Banca d’Italia nel Supplemento al Bollettino Statistico sui portafogli finanziari delle famiglie, su dati relativi al primo trimestre di quest’anno, ha confermato le tendenze della domanda emerse nel 2013. Le famiglie hanno investito nel primo trimestre del 2014 in strumenti di risparmio gestito, in misura più intensa rispetto allo stesso periodo del 2013, grazie ai maggiori investimenti in prodotti assicurativi vita, e in depositi bancari e postali. Sono risultati in contrazione i titoli di debito pubblici e bancari. Dal 2012, quando si sono osservati i primi segnali di ricomposizione dei portafogli, le famiglie italiane hanno complessivamente disinvestito oltre 105 miliardi di euro da titoli governativi e obbligazioni bancarie italiane, investito più di 95 miliardi di euro in fondi comuni, polizze assicurative e prodotti previdenziali, mentre altri 90 sono stati riversati sui depositi, in particolare i depositi a risparmio verso i quali si sono maggiormente orientate le politiche di offerta delle banche negli ultimi anni.

Prometeia aggiorna l’evoluzione degli investimenti delle famiglie sulla base di una lettura congiunta delle statistiche mensili sulla raccolta bancaria e postale, sui titoli di Stato e sugli strumenti di risparmio gestito. Secondo queste stime nei mesi più recenti lo sviluppo degli investimenti delle famiglie ha confermato le linee emerse a inizio 2014: la bassa redditività della liquidità e degli investimenti obbligazionari a medio/lungo termine, coniugata a condizioni positive sui mercati finanziari, hanno ancora favorito l’allocazione del risparmio delle famiglie in prodotti gestiti, assicurativi e previdenziali. Nel dettaglio, le famiglie hanno investito nel secondo trimestre dell’anno 25 miliardi di euro in fondi comuni, gestioni patrimoniali e polizza vita, decumulando titoli in amministrazione per poco meno di 30 miliardi di euro. La componente dei depositi è stata ancora positiva, ma lo sviluppo ormai è legato esclusivamente ai depositi a vista, l’unica forma tecnica positiva come effetto del basso costo opportunità di detenere liquidità. Le altre forme di deposito – a risparmio e i conti correnti vincolati – sono invece negativi a partire da aprile, con deflussi in progressiva accentuazione anche per il mancato rinnovo, agli attuali bassi tassi di interesse, dei vincoli stipulati fino a metà 2013.

I maggiori investimenti delle famiglie in prodotti gestiti e assicurativi continuano a segnalare anche nei mesi più recenti la maggiore propensione delle banche a offrire prodotti di raccolta indiretta. Nel comparto dei fondi comuni, i flussi di raccolta netta delle SGR di matrice bancaria sono stati pari a 10 miliardi di euro complessivi tra luglio e agosto. Sostegno a questa evoluzione è arrivato dall’annuncio di giugno delle nuove misure della BCE a sostegno delle esigenze di liquidità delle banche per il finanziamento degli impieghi che, a parità di altre condizioni, riducono la necessità di collocare strumenti di raccolta diretta nel portafoglio delle famiglie.

Fonte: http://www.prometeia.it/it

FONDO MICROCREDITO D’IMPRESA DELLA REGIONE PUGLIA: rivolto alle imprese delle provincie pugliesi.

Le microimprese che intendano effettuare nuovi investimenti in una sede operativa da più di 6 mesi in Puglia e che devono essere considerate imprese “non bancabili”. Le forme giuridiche che possono richiedere il finanziamento sono le seguenti:
– ditta individuale;
– società in nome collettivo;
– società in accomandita semplice;
– società cooperative;
– società a responsabilità limitata semplificata;
– attività professionali e di consulenza esercitate in forma individuale;
– associazioni tra professionisti.

Attività che non possono essere finanziate:
– pesca e dell’acquacoltura;
– produzione primaria prodotti agricoli;
– settore carboniero e siderurgia;
– imprese attive nella trasformazione e commercializzazione di prodotti agricoli;
– trasporto di merci su strada;
– settore della costruzione navale;
– fibre sintetiche;
– fornitura e produzione di energia, acqua e gestione di reti fognarie;
– attività finanziarie, assicurative, immobiliari, attività di noleggio e leasing operativo;
– attività riguardanti le lotterie, le scommesse e le case da gioco;
– attività di organizzazioni associative;
– attività commerciali e di intermediazione.

I finanziamenti concessi saranno erogati ai destinatari sotto forma di mutui chirografari con le seguenti caratteristiche:
– importo minimo: 5.000,00 €;
– importo massimo 25.000,00 €;
– durata massima: 60 mesi più preammortamento della durata di 6 mesi;
– tasso di interesse: fisso, pari al 70% del tasso di riferimento UE (meno dell’1%);
– rimborso: in rate costanti;
– garanzie: al momento dell’istruttoria dell’istanza di finanziamento non saranno richieste garanzie reali, patrimoniali e finanziarie, fatta eccezione per le società cooperative a responsabilità limitata.

Sono ammissibili le spese per l’investimento (che devono rappresentare almeno il 30% del totale delle spese previste nell’istanza di finanziamento):
– opere murarie e assimilate;
– acquisto di macchinari, impianti e attrezzature varie, nonché automezzi nei casi in cui gli stessi siano di tipo commerciale;
– acquisto di programmi informatici commisurati alle esigenze produttive e gestionali dell’impresa;
– trasferimenti di tecnologia mediante l’acquisto di diritti di brevetto e licenze, connessi alle esigenze produttive e gestionali dell’impresa.

Sono ammissibili le seguenti altre spese al netto dell’IVA (che non devono superare il 70% del totale delle spese previste nell’istanza di finanziamento):
– spese relative all’acquisto di materie prime, semilavorati, materiali di consumo;
– spese di locazione di immobili derivanti da contratti registrati o di affitto impianti/apparecchiature di produzione;
utenze: energia, acqua, riscaldamento, telefoniche e connettività corrisposte direttamente ai gestori sulla base di contratti intestati all’impresa beneficiaria;
– premi per polizze assicurative su beni materiali mobili o immobili di proprietà dell’impresa;
– acquisto di macchinari, impianti, attrezzature e automezzi usati da imprese che svolgano abitualmente attività di commercializzazione di tali beni.

Il richiedente dovrà indicare le generalità della persona che esprimerà una garanzia morale sulla solvibilità e moralità dell’impresa proponente. Potranno rilasciare garanzie morali persone che operano sul territorio regionale con un ruolo di riferimento rispetto a specifiche comunità o gruppi sociali purché radicati sul territorio in cui operano. Tra questi, sono abilitati a prestare garanzie morali rappresentanti o responsabili di:
– associazioni iscritte al Registro regionale delle associazioni di promozione sociale;
– associazioni iscritte al Registro regionale delle associazioni di volontariato;
– organizzazioni religiose;
– fondazioni e ONG;
– organizzazioni sindacali e datoriali;
– associazioni iscritte al Registro Nazionale delle Associazioni e Società Sportive dilettantistiche;
– associazioni iscritte al Registro regionale delle associazioni di immigrati;
– associazioni culturali iscritte ad Albi tenuti da Pubbliche Amministrazioni;
– associazioni iscritte al Registro regionale delle Associazioni femminili;
– uffici delle Pubbliche Amministrazioni.

Se le assicurazioni finanziano le imprese

CREDITO ANCHE DALLE ASSICURAZIONI

Tra le materie toccate dal decreto competitività, recentemente convertito in legge (Dl 91/2014), uno spazio importante è riservato all’apertura del mercato del credito alle compagnie di assicurazione, soggetti che in passato non potevano partecipare direttamente all’intermediazione creditizia. Il Governo Renzi, con questo intervento, ha proseguito la strada inizialmente intrapresa dall’esecutivo di Mario Monti, e successivamente anche da quello di Enrico Letta, di offrire altre fonti di finanziamento per le imprese rispetto al canale bancario, soprattutto nell’attuale contesto di stretta creditizia (credit crunch). (1)
Come accade per quasi ogni legge emanata nel Bel paese, “il diavolo sta nei dettagli”, o meglio nei decreti e nei regolamenti attuativi. La norma, infatti, prevede che gli istituti di credito continueranno a svolgere un ruolo fondamentale nelle operazioni di finanziamento, imponendo che la banca “trattenga un significativo interesse economico nell’operazione fino alla scadenza dell’operazione” (articolo 22, comma 4, lettera b). La questione che andrà ora chiarita sono le modalità attraverso cui il sistema bancario continuerà a “trattenere” l’interesse economico.

L’ESEMPIO DEI SUBPRIME

Se da un lato chiamare in causa gli istituti di credito in questa fase iniziale può rappresentare un’opportunità, data l’esigenza che nelle assicurazioni si formino quelle competenze necessarie a operare correttamente sul mercato del credito, dall’altro uno stabile coinvolgimento delle banche non appare auspicabile. (2) Il semplice mantenimento di parte del rischio in capo agli istituti di credito non è infatti sufficiente a limitare l’emergere di situazioni di azzardo morale.
Un chiaro esempio al riguardo è offerto da quanto avvenuto negli Stati Uniti sul mercato dei mutui subprime prima della sua implosione nell’agosto del 2007. Questi mutui ad altissimo rischio venivano erogati dal sistema bancario statunitense, ma poi venivano cartolarizzati e ceduti a società veicolo (special purpose vehicle, Spv), sempre riconducibili ai gruppi bancari, che successivamente li impacchettavano in un pool di crediti (cosiddetti collateralized debt obligation, o Cdo). (3) Il pacchetto di crediti così formato, che poteva includere anche migliaia di singoli mutui subprime, veniva quindi suddiviso in tre diverse tranche in base al rischio sottostante: i) la tranche equity, quella più rischiosa in quanto, in caso di insolvenza dei mutuatari, doveva coprire per intero le prime perdite subite fino al raggiungimento di una certa soglia (generalmente il 5 per cento); ii) la tranche mezzanino, che copriva le successive perdite fino a una soglia più alta (generalmente dal 5 al 25 per cento), e che quindi aveva un rischio medio; iii) la tranche senior, che veniva “aggredita” solo per la restante parte delle perdite, e quindi la meno rischiosa.
La tranche mezzanino e quella senior venivano poi cedute sul mercato, oppure riaccorpate in altri pool di Cdo. Generalmente le banche, soprattutto di maggiori dimensioni, tendevano a trattenere la tranque equity, quella più rischiosa, al fine di segnalare al mercato la fiducia circa la buona qualità dei titoli cartolarizzati.
Tutto questo meccanismo è però clamorosamente collassato e ciò è accaduto soprattutto per il fenomeno della selezione avversa. Un’evidenza empirica al riguardo ci è offerta da uno studio di Benjamin Keys, Tanmoy Mukherjee, Amit Seru e Vikrant Vig, che ha esaminato un ampio campione di mutui cartolarizzati secondo le regole standard previste dalle agenzie governative Fannie Mae e Freddie Mac. (4) Quelle regole, nello specifico, imponevano ai mutui una soglia minima di credit score per poter essere inclusi nei titoli cartolarizzati. In altri termini, i mutuatari con un merito creditizio troppo basso, e quindi con una più alta probabilità di default, non dovevano essere inclusi nei mutui cartolarizzati che poi avrebbero ricevuto la garanzia delle due agenzie. Keys, Mukherjee, Seru e Vig hanno riscontrato che i mutuatari con un giudizio prossimo alla soglia, ma in ogni caso superiore al livello minimo e quindi beneficiari della garanzia di Fannie Mae e Freddie Mac, hanno evidenziato ex-post un probabilità di default tra il 10 e il 25 per cento più alta rispetto a quella dei soggetti con uno score di poco inferiore alla soglia. Tale controsenso economico, per cui a un giudizio sul merito creditizio più elevato dovrebbe corrispondere una minore probabilità di mancato pagamento, viene spiegato dagli autori come evidenza del fatto che le banche si siano liberate, attraverso le cartolarizzazioni, dei finanziamenti più rischiosi, mantenendo invece quelli con una più alta probabilità di recupero, e nel fare ciò hanno sfruttato le informazioni qualitative (soft information) a loro disposizione.
Tornando al caso italiano, lasciare il “pallino” della selezione delle imprese meritevoli di essere finanziate alle banche potrebbe determinare anche nel nostro mercato l’emergere del fenomeno della selezione avversa, per cui gli istituti di credito manterrebbero le imprese migliori, scaricando sulle assicurazioni il peso maggiore delle aziende in cui la probabilità di insolvenza è più elevata.
Per liberalizzare efficacemente il mercato del credito, e prevenire distorsioni che potrebbero compromettere la stabilità finanziaria, è quindi importante che alle compagnie di assicurazione vengano offerti adeguati spazi di manovra nella selezione delle imprese meritevoli di essere finanziate, evitando allo stesso tempo potenziali arbitraggi regolamentari, soprattutto nei gruppi misti bancario-assicurativi, come giustamente evidenziato da Giorgio Gobbi, capo del servizio di stabilità finanziaria della Banca d’Italia. (5)

(1) Al Governo Monti si deve il primo tentativo, non pienamente riuscito, di rivitalizzare il mercato dei cosiddetti mini-bond.
(2) Si veda al riguardo Stefano Corsaro, 2014, “Banche, obbligazioni, assicurazioni: quale futuro per i finanziamenti alle imprese?”, FinRiskAlert.it.
(3) I mutui subprime sono crediti finalizzati all’acquisto di abitazioni concessi a prenditori aventi uno scarso merito creditizio, ad esempio per il basso reddito e la contemporanea presenza di altri debiti.
(4) Keys Benjamin J, Tanmoy Mukherjee, Amit Seru, Vikrant Vig, 2010, “Did securitization lead to lax screening? Evidence from subprime loans”, The Quarterly Journal of Economics 125:1, 307-362.
(5) Gobbi G., 2014, Audizione nell’ambito dell’esame del disegno di legge n. 1541, concernente la conversione in legge del decreto legge 24 giugno 2014, n.91, Banca d’Italia.

Fonte: www.lavoce.info

Rischio “redditometro” anche nei prestiti tra familiari?

Tra familiari conviventi (coniugi, genitori, figli), ma anche tra parenti stretti (fratelli, sorelle, nonni, nipoti, ecc.) e` frequente il ricorso a prestiti infruttiferi per le necessita` piu` importanti (come per esempio l`acquisto di un`autovettura o di un fabbricato da destinare ad abitazione).
In considerazione del rapporto in essere tra le parti, questi prestiti non vengono spesso in alcun modo formalizzati rappresentando piu` che altro “impegni morali”.

Oggi pero`, i nuovi strumenti utilizzati dall`Amministrazione Finanziaria per la ricerca di redditi imponibili non dichiarati (uno su tutti, il REDDITOMETRO) non consentono piu` di affrontare questi eventi senza un riscontro anche formale (vale la pena ricordare che nel processo tributario non sono ammesse le testimonianze, e tantomeno quelle dei familiari).
E` quindi di fondamentale importanza poter documentare l`origine delle somme confluite nella disponibilita` del soggetto che poi ha sostenuto la spesa.

Una precisa e provata individuazione del tipo di rapporto acceso (prestito infruttifero) consente inoltre di escludere che l`elargizione possa essere interpretata come una donazione o che il concedente possa maturare interessi attivi (imponibili IRPEF).

Pertanto, onde evitare di incorrere in contenziosi tributari, è bene che i “prestiti tra familiari” avvengano SEMPRE con scrittura privata, datata e firmata da tutti i soggetti coinvolti.

Tale scrittura privata deve avere una “data certa” che può essere ottenuta con varie modalità:

  • registrando la scrittura privata presso l`Agenzia delle Entrate (e considerando l`assoggettazione all`imposta di registro) ;
  • con uno scambio di corrispondenza con raccomandata a.r. senza
  • tramite l`apposizione della data certa presso un ufficio postale, in autoprestazione
  • ricorrendo alla firma elettronica dell`atto (con marca temporale)

Inoltre, è bene prestare attenzione, sia nella fase di concessione che in quella di rimborso, al rispetto delle norme antiriciclaggio e in particolare al rispetto dei limiti previsti per l`utilizzo di contanti.
Il consiglio  è quello di ricorrere sempre e comunque a modalità di trasferimento fondi “con tracciabilità” (bonifico o assegni non trasferibili).

Fonte: www.ateneoweb.com

PENSIONI: A rischio la previdenza per i giovani

Anche l’attuale numero uno dell’Inps, il commissario Vittorio Conti, ritiene verosimile l’introduzione di criteri di flessibilità nell’uscita dal mondo del lavoro. Conti, intervenendo ad un seminario, si è detto convinto di come la struttura di riferimento del sistema previdenziale pubblico debba essere “più flessibile in merito a tempi e modi di uscita dal mercato del lavoro”.

Ciò significa, ha aggiunto, che non è più immaginabile stabilire una data di entrata in pensione uguale per tutti. In sostanza, ha spiegato, sarebbe opportuno concedere ai lavoratori la possibilità, raggiunta una certa quota di contributi, di decidere se e quando accedere all’erogazione dell’assegno previdenziale. Si rimuoverebbe, in definitiva, il criterio dell’anzianità anagrafica, preservando esclusivamente quello dell’età contributiva. Conti, facendo presente di condividere, in tal senso, le proposte del ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, ha spiegato la ratio di un intervento del genere: non solo tutti i lavori non sono uguali – e un minatore, ad esempio, non può andare in pensione a 80 anni – ma vanno anche considerate le enormi differenze generate dalle congiunture economiche.

Chi si affaccia oggi sul mercato del lavoro, ove le previsioni di crescita di Pil si aggirano, sul medio-lungo termine, attorno allo 0,5 per cento, avrà una pensione inferiore anche del 20 per cento rispetto a chi opera in un contesto di crescita attorno all1,5 per cento.

Fonte: www.cgiamestre.com