Autore: Massimo Lotti

LE COMPAGNIE TEDESCHE SONO LE PIU’ VULNERABILI

Sono le compagnie assicurative tedesche, specialmente quelle di piccole dimensioni, a risultare le più deboli d’Europa.

La vulnerabilità della Germania, evidenziata anche da altri rapporti interni, è da ricondurre soprattutto alla larga diffusione di polizze con un rendimento garantito. Nonostante ciò, a livello generale, il settore assicurativo ne esce comunque in maniera positiva: il 14% delle compagnie, che rappresentano però solamente il 3% del mercato totale, sembrano non essere ancora in linea con le regole che presto entreranno in vigore.

Questo è ciò che emerge dai risultati dei tanto attesi stress test, realizzati dall’Eiopa (l’organo internazionale di vigilanza e previdenza sulle assicurazioni) in vista della Solvency 2, sullecompagnie assicurative europee (28 totali a cui si è aggiunta la Norvegia), e resi noti alla fine del passato mese di novembre. Nello specifico l’esercizio in questione ha coinvolto attivamente il 55% del mercato europeo.

Tali test sono stati messi a punto con lo scopo di saggiare la robustezza e l’integrità del settore assicurativo cercando di evidenziarne anche eventuali vulnerabilità; non si tratta perciò di un’indagine tesa a valutare l’adeguatezza delle singole imprese ed è questa la ragione per cui non sono stati resi noti i dati dettagliati relativi ad ogni compagnia assicurativa.

Per ciò che riguarda l’Italia, le nostre compagnie ne escono pienamente promosse. Sono infatti le imprese del nostro Paese, con una partecipazione totale del 60% del mercato italiano assicurativo, a risultare migliori rispetto alla media internazionale in quanto tutti i soggetti coinvolti negli stress test soddisfano i requisiti futuri essenziali imposti dalla Solvency 2, contro un 86% del campione europeo.

Fonte: www.assicurazione.it

CARTELLE EQUITALIA INEVASE: SALVI SOTTO I 300 EURO.

Per le vecchie cartelle Equitalia di importo inferiore ai 300 euro arriva lo stop ai controlli. Questo significa che le cartelle Equitalia non riscosse entro il limite di 3 anni verranno cancellate automaticamente, a patto che il loro importo non superi i 300 euro.

Vecchie cartelle Equitalia

Si tratta di una delle novità introdotte dalla Camera, con un emendamento alla Legge di Stabilità, al nuovo “piano di gestione” degli arretrati di Equitalia. Il provvedimento, per ora passato sotto silenzio, riguarda il 70% dei debiti ancora non saldati a livello di riscossione locale (anche se si tratta di una fetta minima del totale dei debiti maturati con l’Erario). Importante notare che non verrà considerata la sommatoria delle cartelle ricevute ma il singolo importo, ovvero l’articolo 2 comma 52 della Legge di Stabilità stabilisce il limite dei 300 euro di valore unitario sotto il quale le cartelle “non sono assoggettate al controllo“.

Calendario controlli

In sostanza oggi, ogni 3 anni, l’Agente di riscossione comunica agli Enti creditori (Erario, INPS, Comuni ed enti territoriali) i debiti che non è riuscito a riscuotere, quindi gli Enti dovranno procedere a cancellare l’entrata dal bilancio segnandola come “perdita”, ovviamente dopo aver verificato che Equitalia abbia effettivamente fatto il possibile per il recupero delle somme in questione. A tale controllo triennale sono tuttavia state concesse nel tempo numerose proroghe, rimandando una notevole quantità di verifiche di cartelle inesigibili: centinaia di milioni di cartelle esattoriali per un valore complessivo di 545 miliardi di euro. L’ultima proroga scadrà il  prossimo 31 dicembre 2014 così, a partire dal 1° gennaio 2015 gli Enti creditori saranno chiamati a verificare un innumerevole quantità di cartelle inesigibili, con il rischio di paralizzare le altre attività.

Il calendario di controlli approvato alla Camera ha quindi previsto di gestire prima i controlli sulle cartelle più recenti e poi quelle più vecchie: entro il 2017 Equitalia dovrebbe trasmettere a Erario, INPS ed Enti territoriali i ruoli nati nel 2014 per poi procedere con gli anni precedenti. La scelta di limitare i controlli ai debiti sotto i 300 euro nasce dunque dall’esigenza di dare maggiore respiro all’attività di verifica degli Enti. Perché il provvedimento diventi definitivo è tuttavia necessario il via libera del Senato.

 

Fonte: www.pmi.it

Come calcolare la pensione

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L’Inps sta sperimentando la “busta arancione” cioè il sistema di calcolo che consentirà ai lavoratori di ottenere una proiezione della loro pensione futura. Che non sarà inviata per posta, ma potrà essere ottenuta direttamente online. L’obiettivo è far partire il sistema l’anno prossimo, dopo 19 anni di annunci e attese.

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Il BONUS “NUOVI INVESTIMENTI” DEL DECRETO COMPETITIVITA’

Il D.L. 91/2014 (c.d. decreto “competitivita`”) in vigore dal 25 giugno 2014 (e convertito in Legge 116/2014) ripropone, con alcune novita`, l`incentivo per gli investimenti in beni strumentali realizzati da titolari di reddito di impresa (ex Tremonti-ter).
Soggetti beneficiari: l`incentivo e` riconosciuto a tutti i titolari di reddito d`impresa (ditte individuali, societa` di persone e di capitali, cooperative, stabili organizzazioni in Italia di imprese estere). I soggetti titolari di attività` industriali a rischio di incidenti sul lavoro possono usufruire del crediti dimposta solo se documentato ladempimento degli obblighi e delle prescrizioni previste dal DL n. 334/99.

Investimenti agevolabili: rilevano tutte le acquisizioni (in proprieta` o in leasing) di beni strumentali compresi nella divisione 28 della Tabella Ateco 2007 (sono esclusi tutti gli immobili e i beni immateriali) destinati a strutture produttive ubicate in Italia, effettuati nel periodo compreso tra il 25 giugno 2014 ed il 30 giugno 2015 (considerando i criteri imputazione temporale previsti dall`articolo 109 del Testo unico e quindi la data di consegna o spedizione dei beni, o la data di ultimazione delle prestazioni per gli investimenti realizzati in appalto).

L`incentivo: e` rappresentato da un credito d`imposta pari al 15% delle spese sostenute nel periodo in eccedenza rispetto alla media degli analoghi investimenti realizzati nei cinque periodi d`imposta precedenti. La media va calcolata escludendo dal computo il periodo d`imposta in cui l`investimento effettuato e` stato maggiore.
Non si considerano gli acquisti di costo unitario inferiore a 10mila euro.

Per i soggetti con periodo d`imposta coincidente con l`anno solare, per gli investimenti realizzati nel 2014, si calcolera` la media del periodo 2009-2013 (scartando l`anno con l`importo piu` elevato); per gli investimenti del primo semestre 2015, andra` calcolata la media sul quinquennio 2010-2014, sempre con esclusione dell`annualita` piu` elevata.
Le imprese che hanno iniziato la propria attivita`a meno di 5 anni, calcoleranno la media sulla base degli investimenti effettuati negli anni precedenti all`inizio dell`attivita` eliminando l`anno dell`investimento pi alto.

Start up. L`incentivo spetta anche alle imprese che inizieranno l`attivita` dopo il 25 giugno 2014; in questo caso l`intero importo degli investimenti in beni nuovi effettuati nei periodi agevolati (fino cioe` al 30 giugno 2015) sara` rilevante per il calcolo del credito di imposta del 15%.

Procedura. Il credito d`imposta potra` essere utilizzato in compensazione in F24, senza limitazioni, in tre rate annuali a decorrere dal 1 gennaio del secondo anno successivo a quello dell`investimento; quindi il credito d`imposta relativo ad investimenti effettuati nel 2014 potra` essere utilizzato (in tra rate annuali) a decorrere dal 1 gennaio 2016 (1 gennaio 2017 per gli investimenti del primo semestre 2015).

Il credito di imposta andra` contabilizzato per competenza e non concorre a formare il reddito di impresa ne` l`imponibile IRAP.

L`agevolazione non spetta (ed il credito dimposta quindi revocato) se i beni da cui deriva risultino ceduti o destinati a finalita` extraimprenditoriali prima del secondo esercizio successivo all`acquisto; per gli investimenti del 2014, dunque, il vincolo di possesso permane fino al 31 dicembre 2015. L`agevolazione e` inoltre revocata qualora i beni siano trasferiti, entro il termine per gli accertamenti (31 dicembre del quarto anno successivi a quello di presentazione del modello Unico), a strutture produttive oltrefrontiera; per gli investimenti del 2014, il termine arriva quindi al 31 dicembre 2019.

Fonte: www.ateneoweb.com

RISCATTO DELLA LAUREA: QUANDO CONVIENE?

È una domanda che, chi ha conseguito un titolo di studio universitario, prima o poi si trova ad affrontare.
C’è da dire subito che è difficile dare una risposta univoca. I calcoli sono così strettamente legati alla propria storia lavorativa e alle aspettative, che ognuno dovrebbe prendere carta e penna (e commercialista) per fare due conti.

In generale, il riscatto dei periodi assicurativi consente al lavoratore di ottenere, a proprie spese, il riconoscimento contributivo per periodi previdenzialmente scoperti e di recuperare fiscalmente parte dell’onere sostenuto.

Chi chiede il riscatto della laurea, da una parte, si “porta a casa” qualche anno di anzianità contributiva, e dall’altra una maggiorazione dell’assegno pensionistico. D’altro canto, c’è da dire che i costi per il riscatto della laurea sono generalmente elevati. E alla luce delle novità della riforma previdenziale, non è così scontato che i benefici siano davvero appetibili.

Riscatto della laurea: come funziona

Il riscatto della laurea è ammesso se l’interessato ha conseguito il titolo di studio e solo per il periodo previsto dal corso legale: non valgono, in pratica, gli anni fuori corso.
Inoltre, se durante gli anni di studio, il richiedente lavorava ed era coperto da contribuzione obbligatoria o figurativa, non può chiedere il riscatto per quei periodi.

Fatte salve queste condizioni, si possono riscattare:

  • i diplomi di laurea (4 o 6 anni al massimo);
  • i diplomi universitari (2 o 3 anni al massimo);
  • i diplomi di specializzazione conseguiti dopo la laurea non inferiore a 2 anni;
  • i dottorati di ricerca;
  • i titoli accademici introdotti dal 1999 in poi: Laurea (L) corso di studi triennale, Laurea specialistica (LS) alla quale si accede dopo il corso di laurea triennale e si consegue al termine di ulteriori 2 anni

Non si possono riscattare:

  • i periodi fuori corso;
  • i periodi già coperti da contributi di qualsiasi tipo.

Arriviamo al costo: quanto costa riscattare gli anni di studio?

L’onere di riscatto è determinato con le norme che disciplinano la liquidazione della pensione con il sistema retributivo o con quello contributivo e varia a seconda di quando è stato conseguito il titolo.Visto che si tratta di determinare i contributi, in pratica, le regole di calcolo seguono l’andamento di quelle per il calcolo della pensione.

Il contributo può essere versato in unica soluzione o in 120 rate mensili senza l’applicazione di interessi per la rateizzazione.

LAUREA PRIMA DEL 31 DICEMBRE 1995

Senza entrare troppo in tecnicismi, per chi ha conseguito una laurea prima del 31 dicembre 1995, il calcolo del riscatto della laurea è quantificato da particolari tabelle che tengono conto dell’età, il sesso, la posizione assicurativa e retributiva e la durata dei periodi da riscattare.
Vale questo metodo di calcolo anche per chi chiede di riscattare anni di studio dopo il 1995, ma che, entro quella data, abbia maturato un’anzianità contributiva pari o superiore ai 18 anni.

Attraverso la combinazione di tutte le variabili viene individuata la quantità di denaro da versare, che deve essere sufficiente perché la cassa di previdenza possa poi pagare la pensione tenendo conto anche di questi anni contribuivi (riserva matematica).

Quanto si deve pagare? L’Inps fa qualche esempio partendo da casi reali.
Una donna di 40 anni, con 11 anni di anzianità contributiva, che nel 2011 abbia chiesto di riscattare 4 anni di studio risalenti a prima del 31 dicembre 1995, con un reddito delle ultime 52 settimane di 35.949,39 dovrà versare 65.304,85 euro.
Un uomo, con le stesse condizioni anagrafiche e di studio, con un reddito di 52378,46 dovrà versare 59.750,60 euro.

LAUREA DOPO IL 31 DICEMBRE 1995

Se si tratta del riscattare anni di laurea dall’1 gennaio 1996, il calcolo segue le regole del sistema di calcolo contributivo.
Il costo è determinato sulla base dell’aliquota contributiva (per i dipendenti è pari al 33%) applicata alla retribuzione lorda dell’ultimo anno, moltiplicata per il numero degli anni di cui si chiede il riscatto.

Esempio. Un dipendente che vuole riscattare 4 anni di laurea, con un reddito di 32.170 euro, dovrà applicare l’aliquota del 33%: viene fuori che per riscattare 4 anni deve pagare 42.464,44 euro, 10.616 euro all’anno.

In questi casi, poiché l’onere è una percentuale del reddito, quanto più quest’ultimo è alto, tanto più costerà riscattare la laurea.

RISCATTO PER GLI INOCCUPATI

E se un laureato è senza lavoro?

Dal 2008, possono chiedere il riscatto della laurea anche gli inoccupati che non risultano essere mai stati iscritti ad alcuna forma obbligatoria di previdenza, inclusa la Gestione Separata, e che non abbiano iniziato l’attività lavorativa, in Italia o all’estero.

In questo caso, l’onere dei periodi da riscatto è costituito dal versamento di un contributo, per ogni anno da riscattare, pari al livello minimo imponibile annuo degli artigiani e commercianti moltiplicato per l’aliquota di computo delle prestazioni pensionistiche dell’assicurazione generale obbligatoria.
Per il 2014, si deve applicare il 33% a circa 15.516 euro: per ogni anno di laurea, in pratica, gli inoccupati devono pagare circa 5.000 euro.

Gli oneri per il riscatto sono deducibili fiscalmente.

Come incide il riscatto della laurea sulla pensione?

Per quanto riguarda l’età pensionabile, con l’ultima riforma previdenziale del ministro Elsa Fornero, si è stabilita l’età anagrafica come principale criterio per accedere alla pensione di vecchiaia. In particolare, servono 65 anni (che diventeranno 67 nel 2018) ed un minimo di 20 anni di contribuzione. Col riscatto della laurea, dunque, si riesce a raggiungere più rapidamente il requisito dei 20 anni contributivi, ma comunque si dovrà restare nel mercato del lavoro fino al raggiungimento dell’età anagrafica.

Riscattare la laurea, invece, può essere utile per uscire qualche anno prima dal mondo del lavoro, per la pensione anticipata (ex pensione di anzianità). in questo caso si possono risparmiare fino a 3 anni di lavoro.

Per quanto riguarda il calcolo della pensione, i contributi versati finiscono nel montante contributivo su cui si applicano poi coefficienti ed aliquote per calcolare l’assegno finale.

Per chi rientra nel retributivo, in realtà questo non incide sull’importo della pensione, visto che il calcolo di quest’ultima tiene conto non dei contributi versati, ma degli ultimi redditi: riscattare la laurea, dunque, ha senso per maturare anzianità contributiva, non per incrementare la pensione.

Diverso il caso di chi va in pensione col contributivo, perché qui si tiene conto dei contributi versati. Secondo alcuni calcoli riportati in un articolo del Corriere della Sera, c’è sempre un aumento nell’importo della pensione. Il punto è capire di quanto è questo aumento.
Per un dipendente quarantenne con inizio della contribuzione a venticinque anni e riscatto di quattro anni di laurea, aumenterà del 12% la somma di tutti i vitalizi incassati dal momento del pensionamento sino alla vita media attesa. Per un autonomo della stessa età e anzianità contributiva, invece, l’incremento sarà solo del 6%. In generale, si calcolano aumenti della pensione fino al 20%.

Conviene riscattare gli anni della laurea?

Come dicevamo all’inizio, è difficile dare una risposta univoca.

Da una parte, riscattare la laurea ha dei costi importanti. Dall’altra, ci possono essere dei vantaggi per l’aumento della pensione o per accelerare l’uscita dal mondo del lavoro. 

Di certo, la convenienza del riscatto va valutata anche in riferimento alla collocazione temporale dei periodi di studio riscattati. Prima o dopo il 1995 fa una bella differenza, con i sistemi di calcolo retributivo, misto o contributivo.

Inoltre, mentre l’onere da pagare è certo, viene stabilito dall’ente di previdenza senza possibilità di scelta, e va ad incidere sul reddito della famiglia, il beneficio arriverà dopo molti anni e non è detto che sia sufficiente a garantire il mantenimento del tenore di vita.

Chi pensa di riscattare la laurea come forma di integrazione della pensione, prima di fare una scelta, dovrebbe provare a compare costi/benefici anche di altre formule, come possono essere i piani di accumulo, che sono più flessibili, perché i costi possono essere modulati  sulla base delle esigenze presenti e future degli interessati.

Fonte: http://www.a1life.it

LA RIVALUTAZIONE DEI CONTRIBUTI RISCHIA DI SVALUTARE LE PENSIONI

Cosa sta succedendo?
Accade che, secondo le ultime riforme previdenziali, in particolare secondo la riforma Dini del 1995, i contributi accumulati nel corso della vita, che saranno poi restituiti come assegno pensionistico, viene rivalutato sulla base dell tasso di capitalizzazione che deriva dall’andamento quinquennale del Pil nominale.
La crescita attesa del Pil, secondo la Dini, sarebbe dovuta essere del 10,984% in dieci anni. Una stima ottimistica, che, non solo è stata disattesa, ma che non si è avvicinata minimanente alla realtà. Il dato è infatti negativo: la rivalutazione rischia di diventare una svalutazione.

Rivalutazione dei contributi al ribasso: pensioni in calo
Come siamo passati dalla rivalutazione dei contributi alla svalutazione della pensione?

La scelta di ancorare il montante alla crescita del Pil, si diceva, è inserita nella riforma Dini. Il comma 9 dell’articolo 1 della legge 335/1995 recita: «il tasso annuo di capitalizzazione è dato dalla variazione media quinquennale del prodotto interno lordo, (Pil) nominale, appositamente calcolata dall’Istat, con riferimento al quinquennio precedente l’anno da rivalutare».
Nel 2014, quindi, si è andati a vedere l’andamento del prodotto interno lordo 2009-2013, su cui pesa il -5,5% del 2009. Il tasso di capitalizzazione dei montanti contributivi, per quest’anno, è del -0,1927%. Ciò vuol dire che il montante contributivo accantonato, moltiplicato per quel numero, non cresce, ma si svaluta, ovvero perde pezzi, con effetti anche sulle pensioni del domani.

Cosa significa, in soldoni? Facciamo riferimento ad alcune simulazioni proposte da Libero. Chi al 31 dicembre del 2013 aveva accumulato 150 mila euro di contributi sconterà un taglio di 289 euro (150.000 x 0,1927:100), chi ne aveva messi da parte 100 mila euro registrerà una perdita di 192, mentre chi poteva vantare un importo da 50 mila euro si ritroverà con una sforbiciata da 96.

Il problema non riguarda solo chi ha il contributivo puro, ovvero chi ha iniziato a lavorare dopo il 1996, ma anche chi al 31 dicembre 1995 aveva meno di 18 anni di contribuzione, a cui si applica, quindi, il metodo di calcolo misto, che utilizza anche il contributivo. Inoltre, per effetto della legge Fornero, dal primo gennaio 2012, anche ai lavoratori in possesso di un’anzianità contributiva di almeno 18 anni al 31 dicembre 1995 è applicato il contributivo sulla quota di pensione maturate a decorrere dal 1° gennaio 2012: anche loro dovranno scontare l’effetto Pil.

E la decrescita taglia anche i tassi di sostituzione
Se parlare di svalutazione del montante contributivo dà subito l’idea di una perdita e fa crescere l’indignazione, meno tangibile è l’effetto sui tassi di sostituzione che, tuttavia, sono un indicatore fondamentale per capire quale sarà il futuro dei lavoratori.
Il tasso di sostituzione, ricordiamolo, è il rapporto tra la pensione ed il reddito da lavoro e serve per capire a quanto ammonterà il nostro assegno previdenziale in rapporto all’ultima retribuzione.

Considerando uno sviluppo del Pil reale dell’1,57%, un’inflazione al 2% ed una crescita delle retribuzioni reali dell’1,51%, secondo i dati forniti dalla Ragioneria generale dello Stato si oscilla dal 73% al 79% per i dipendenti e dal 64% al 71% per i lavoratori autonomi.
Guardando alla realtà, però, tutti i parametri sono cresciuti molto meno delle previsioni. Secondo “Il Punto” Giornata nazionale della previdenza, tra il 2008 e il 2014 avremmo dovuto avere una crescita del Pil reale del 10,984% e invece la rivalutazione in termini reali dei montanti contributivi è stata pari al – 4,541%. Risultato, ad oggi, in termini di rivalutazione dei contributi versati, siamo sotto di circa il 16%.
Alla luce di questo, i veri tassi di sostituzione dovranno essere rivisti al ribasso di almeno 10 punti percentuali, cioè sotto il 70% per i lavoratori dipendenti e sotto il 60% per gli autonomi. E se il reddito medio dei lavoratori è di 1.100 euro, è facile prevedere che la loro pensione sarà di 660 euro (il 60%), poco al di sopra della minima.

Scenderà in campo il governo?
Come si può infatti parlare di rivalutazione di pensioni se il tasso di riferimento è negativo? Un’aberrazione matematica che avrà forti ripercussioni sulle pensioni: il metodo contributivo, infatti, è nato proprio per ridurre l’incidenza delle pensioni sulla spesa pubblica. Se, in passato, i pensionati ricevevano più di quanto avessero versato (ed il surplus erano soldi pubblici), in teoria, col contributivo, questo non dovrebbe più accadere, perché le pensioni sono i soldi accantonati durante la vita lavorativa. Togliere qualcosa è come sottrarre soldi legittimamente accantonati nel “salvadanaio previdenziale”.

Ed in effetti all’Inps, presieduto da Tiziano Treu se ne sono accorti ed hanno scritto al ministero del lavoro ed economia.
Il Governo, da parte sua, potrà decidere di non applicare il tasso di capitalizzazione dei montanti contributivi per quest’anno. Come spiega Treu in un’intervista al Sole 24 Ore, «la lettera con la richiesta di pareri ai ministeri sarà inviata lunedì. Poi sarà necessario un incontro. L’Inps può fornire numeri e simulazioni sull’applicazione del tasso annuo di capitalizzazione dei montanti contributivi. Poi però toccherà ai ministeri decidere e, a mio avviso, potrebbe essere necessario anche un intervento legislativo».

Insomma, un tema caldo, perché coinvolge praticamente milioni di lavoratori, a cui il governo dovrà dare una risposta.
Senza una correzione totale, che preveda che in caso di tasso negativo, la rivalutazione viene congelata, il problema si riproporrà anche in futuro, viste le previsioni sulla crescita dell’economia, rendendo vani i sacrifici dei lavoratori.
Da una parte, dunque, serve un intervento dall’alto. Dall’altro lato, questa vicenda, comunque vada a finire, è un ulteriore indicatore di quanto sia urgente che ciascuno valuti anche forme alternative di previdenza integrativa.

Fonte:www.a1life.it

Arrivano le tasse retroattive

Alla faccia del divieto di retroattività della legge, previsto sia dalle disposizioni sulla legge in generale  che dallo Statuto del contribuente.

Un principio di carattere generale che, tuttavia, serve a ben poco quando, dall’altro lato, vi è l’esigenza del fisco di fare cassa.

E così, poiché una legge ordinaria può ben derogare ad un’altra legge ordinaria, la regola secondo cui “la legge non può che disciplinare situazioni future” (e non passate) è sempre più spesso calpestata.

Il record in termini di imposte retroattive si è avuto nel 2011, con la famigerata manovra “Salva-Italia” di Monti.

Negli ultimi tempi, invece, è aumentata la tendenza a chiedere ai contribuenti super acconti o anticipi su versamenti che, invece, dovrebbero essere spalmati su più anni.

La nuova Legge di Stabilità, in corso di approvazione e che dovrebbe diventare definitiva entro fine anno, fa il pieno di tasse retroattive: tasse, cioè, decise oggi, ma pagate per presupposti d’imposta già verificatisi ieri.

Si parte dall’aumento dall’11,5% al 20% della tassazione sui rendimenti dei fondi pensione, i cui effetti fiscali risaliranno nel tempo già a partire dal 1° gennaio 2014, ma che porterà alle casse dello Stato ben 450 milioni di euro annui.

C’è poi l’incremento del prelievo sui dividendi incassati da fondazioni e trust.

Ed ancora ha carattere retroattivo il ritocco dell’aliquota base Irap.

Un intervento, quest’ultimo che, di fatto, cancella lo sconto deciso con il decreto sugli 80 euro.

Anche gli anticipi – come si diceva in apertura – hanno la loro parte. È recentissima, per esempio, la decisione di riscuotere nel 2014 tutti i 600 milioni di euro dell’imposta sostitutiva sulla rivalutazione dei beni d’impresa che invece la legge spalmava su tre esercizi.

Il totale delle tasse retroattive sono ben 86, per un totale di 10 miliardi in più all’Erario. Di queste, solo 16 sono a favore del contribuente (come l’abbassamento al 10% dell’aliquota della cedolare secca).

 

Fonte: www.laleggepertutti.it

MOD. 730 PRECOMPILATO: UNA COLOSSALE FREGATURA PER 14 MILIONI DI ITALIANI

Una dichiarazione dei redditi semplificata per 20 milioni di contribuenti?
Non proprio, visto che – stimano preoccupati commercialisti, consulenti del lavoro, tributaristi e Caf – circa l’85% delle dichiarazioni che l’Agenzia delle Entrate (non) preparerà dovranno essere integrate.

E qui salta fuori il dubbio: l’innovazione della dichiarazione precompilata, fortemente voluta dal governo, quest’anno non prevederà tutta una serie di detrazioni e deduzioni che contribuiscono (al 19% delle spese sostenute), ad alleggerire il carico fiscale.

Ogni anno (dati relazione Vieri Ceriani sull’Erosione fiscale), ben 14.150mila contribuenti (circa uno su tre dei 40 milioni di contribuenti censiti), portano al commercialista, al consulente o ai Caf spese mediche e sanitarie. Ebbene quest’anno (2015, redditi 2014), queste spese non saranno calcolate dal fisco ai fini di conteggiare l’eventuale detrazione che spetta ad ognuno di noi.

In media ogni anno ciascun italiano – inserendo nella dichiarazione dei redditi scontrini di farmaci, visite mediche e fatture per prestazioni sanitarie – ottiene uno sconto di 166 euro. Un rimborso fiscale esiguo, certo, che però moltiplicato per 14 milioni e rotti di contribuenti fa la bellezza di oltre 2,3 miliardi che l’Erario non incassa (e che il sostituto d’imposta il luglio successivo deve restituire).

Il governo ha spiegato che quest’anno, visto che il 730 precompilato è stato lanciato con così poco preavviso, non saranno calcolate le eventuali detrazioni spettanti per spese mediche e sanitarie, spese funerarie e erogazioni a onlus e associazioni benefiche.

Il grande fratello fiscale, non sarebbe in grado di calcolare l’esatto ammontare delle detrazioni spettanti perché se è vero che conosce dalle farmacie (scontrino elettronico farmaceutico), i nostri acquisti con codice fiscale, non ha invece una banca dati delle altre spese sanitarie. Visite specialistiche, terapie odontoiatriche, presidi medici (occhiali o protesi), non vengono censiti anche se fatturate elettronicamente e quindi l’incrocio telematico di dati non è oggi possibile.

Se è vero che la fattura del cardiologo o del dentista non è quasi mai telematica, gli scontrini della farmacia però risultano all’Agenzia, che monitorizza (con Sogei), tramite il codice fiscale l’andamento della spesa, salvo poi tirarsi indietro quando si tratta calcolare e riconoscere automaticamente le detrazioni spettanti (19% di quanto speso), al contribuente.

Ma c’è dell’altro: l’introduzione della precompilata prevede che il contribuente che accetta, senza modificare o integrazioni, la dichiarazione abbia una sorta di immunità. Insomma, chi accetta quanto scrive l’Agenzia non verrà sottoposto a eventuali controlli e accertamenti ex post.

Chi invece volesse integrare la dichiarazione rientrerà nel potenziale bacino dei controlli automatici. Se invece si accetterà la dichiarazione ma si apporteranno delle modifiche «che incidono sulla determinazione del reddito o dell’imposta, il contribuente non beneficierà dall’esclusione dai controlli».

Tradotto: se si accetta per buono la dichiarazione delle Entrate, si ha “l’immunità fiscale”. Se invece si integra, magari chiedendo la detrazione del 19% delle spese mediche sostenute, il fisco continuerà a controllare. Considerando il rimborso fiscale medio – 166 euro, stimato dal ministero dell’Economia – c’è da chiedersi quanti saranno gli italiani che per pochi spiccioli, rinunceranno a chiedere il rimborso pur di evitare di finire nel calderone dei controlli postumi.

Ogni anno l’Agenzia delle Entrate inviai ben 900mila richieste di chiarimento in merito alle dichiarazioni dei redditi consegnate da altrettanti contribuenti. La precompilata dovrebbe servire per abbattere questo carteggio. O meglio: le richieste di chiarimento giungerebbero solo ai professionisti e ai Centri di assistenza fiscale. Ma nel caso in cui non si accettasse la dichiarazione compilata dal fisco, allora resterebbe valida la facoltà di controllo.

Sorge il sospetto che escludere l’automatismo di calcolo per le spese mediche (così come per quelle funebri, le donazioni o le spese di istruzione), e introducendo contestualmente “l’immunità dai controlli” per chi accetta passivamente la dichiarazione preparata dall’Agenzia delle Entrate, sia un modo per contenere e ridurre le richieste di rimborso, vista anche l’esiguità degli importi. E così lo Stato eviterebbe di restituire – nel luglio dell’anno successivo – le eventuali maggiorazioni d’imposta già pagate. Il vantaggio per le casse dello Stato sarebbe più che simbolico. Milioni di contribuenti che non reclamano rimborsi, si traducono in miliardi di maggiore disponibilità per il bilancio pubblico.

Non è proprio un taglio delle detrazioni vigenti – come ipotizzato già nel 2013 – ma gli assomiglia molto…